Alla scoperta del Giappone – seconda puntata

 

Articolo pubblicato su UCT, Uomo Città Territorio – numero 519 “Esiste ancora l’Europa?”

Kyoto, la capitale storica

Ben tornati, carissimi. Dopo aver approcciato il Giappone nel precedente articolo con un veloce sguardo alla sua anima moderna, parleremo della città che ha rapito il mio cuore e che, nonostante la lontananza nel tempo e nello spazio, continua a conservarlo senza la minima volontà di restituirlo. Mi riferisco alla capitale dei templi buddisti e dei giardini zen, alla città monumentale che per mille anni ha rappresentato il Giappone agli occhi del mondo, la memoria storica dell’isola, custode delle tradizioni e dei costumi del suo popolo: in una parola, Kyoto.

Kyoto si trova nel Sud dell’isola di Honshu, la più vasta all’interno del panorama dell’arcipelago giapponese. Per arrivarci ho sfruttato la linea Shinkansen, lungo la quale corrono i treni più veloci al mondo. Nonostante i loro 300 km/h sembrava di volare su una nuvoletta; durante il viaggio il paesaggio variava, le classiche casette monofamiliari da manga si alternavano a risaie, canneti e collinette.

Kyoto
Kyoto

Una volta scesa dal treno proiettile, Kyoto mi ha mostrato un volto completamente diverso dalle aspettative. Mentre Tokyo mi aveva stupita con la vastità e la complessità delle sue opere, il frastuono degli schermi giganti apposti sui grattacieli, le luci, i colori, la tecnologia, la sovrabbondanza ovunque si volgesse lo sguardo, Kyoto mi è subito apparsa come una città a misura d’uomo. Tokyo obbediva al monito ‘cancella il vecchio per far posto al nuovo’, Kyoto sembrava spalancarci le braccia sussurrandoci ‘venite pure e scoprite la vera anima del Giappone, quella sedimentata nelle ere della storia’.

Kyoto, a differenza di Tokyo, ha avuto un passato molto più fortunato: se oggi possiamo godere dei suoi immensi tesori, lo dobbiamo al fatto che diverse volte è stata risparmiata dalla devastazione di invasori e guerre. Basti pensare ad un unico esempio nel suo ché molto significativo: durante la Seconda Guerra Mondiale ha rischiato di divenire il bersaglio della seconda bomba atomica, che distrusse invece Nagasaki. Oggi è patrimonio dell’UNESCO.

Ma tornando a noi, usciti dalla moderna stazione della JR, ho trovato strade con una sola corsia per senso di marcia, palazzi a schiera di due piani al massimo e linee degli autobus in ritardo di venti minuti. Qui ho finalmente ammirato l’eleganza delle donne in kimono e le classiche anziane piccole e ricurve; i negozianti, invece di manga e action figure, proponevano abiti tipici e vasellame pregiato.

La prima tappa del mio viaggio alla scoperta del Buddismo Zen è stata il famosissimo Kinkaku-ji, il Padiglione d’Oro di Kyoto. Come vi scrivevo appena sopra, il Tempio d’Oro, per storia e bellezza, figura nel patrimonio dell’UNESCO. Si tratta di un tempio a tre piani completamente rivestito d’oro, eccezion fatta per il piano terra, e si racconta che contenga le reliquie del Budda. Tutt’attorno al palazzo si alimenta un laghetto che rispecchia la sua immagine, resa particolarmente suggestiva dalle lamine d’oro; il lago, nel rispetto di ogni composizione zen, è stato studiato fin nei minimi particolari. Quando si parla di giardino zen, infatti, come anche di quello appartenente alla tradizione del buddismo chan, ci si riferisce ad una vera e propria opera d’arte, pensata per suscitare nel suo fruitore una sorta di meditazione.

Il giardino diventa un luogo mistico, un viaggio di elevazione spirituale. Le stradine di ghiaia, a questo punto, conducono le persone attraverso un percorso studiato affinché si possa avere la giusta prospettiva rispetto agli elementi del giardino (le pietre, gli alberi, una particolare cascatella, il tempio stesso…), che vengono sempre posizionati in modo da sembrare naturali. Il giardiniere obbedisce infatti a questo dictat: nonostante all’interno del giardino zen tutto sia estremamente ricercato, i suoi elementi devono sembrare naturali, come se fossero sempre stati così. Essi vengono presentati quali simboli delle forze della natura, o del contesto umano; una pietra non è mai solo una pietra.

L’esempio più eclatante ci è offerto dal karesansui (letteralmente ‘paesaggio secco’) del Tempio Ryoan-ji. Il giardino è formato da un rettangolo racchiuso su due lati da un muro di pietra; la superficie è ricoperta di sabbia chiara e svettano cinque gruppi di 15 pietre. La sabbia viene rastrellata in modo che ricordi un mare mosso dalle onde, mentre le pietre emergono come se fossero delle isole. Il Ryoan-ji è un ‘oggetto’ atto a suscitare la meditazione: lo spettatore può, in primis, decidere se scegliere un punto di osservazione unico o camminare intorno al perimetro per variare prospettiva. In entrambi i casi potrà rendersi conto che non gli sarà mai possibile cogliere singolarmente i gruppi di pietre: ciò evidenzia un concetto cardine della filosofia zen, ovvero quello di ‘relazione’. Non esiste l’individualità, niente è fine a se stesso; tutto è in relazione costante e viene caratterizzato dallo scontro-incontro con ciò che è dentro e fuori di lui.

Altro aspetto sul quale riflettere è il rapporto tra ‘pieno’ e ‘vuoto’: lo sfondo bianco della sabbia rappresenta il vuoto, ovvero – semplificando, la condizione di esistenza del pieno, simboleggiato dalle rocce nere, e viceversa. Il vuoto del mare di ghiaia permette di cogliere l’esistenza delle isole, così come le isole, con la loro tonalità scura, per contrasto permettono di accorgersi del mare. E similmente, la materia ‘piena’ rappresentata dalla pietra in generale può muoversi e distinguersi grazie all’esistenza dell’aria ‘vuota’. Il vuoto del karesansui, a questo punto, dovrebbe incontrare il vuoto di pensiero nell’osservatore, se è riuscito ad avere una meditazione di qualità. La mente in meditazione, infatti, dovrebbe riuscire a svuotarsi dai pensieri futili e dalla vanità, permettendo appunto al vuoto di generarsi quale condizione di esistenza del pensiero. Il giardino zen, quindi, è un’esperienza sensibile ed estetica di un percorso meditativo che conduce la persona alla liberazione e alla purificazione.

(per approfondire l’argomento, per me davvero interessante, vi consiglio di leggere il libro ‘Estetica del Vuoto’ di Giangiorgio Pasqualotto)

Il Ninna-ji è un vasto complesso di edifici comprendenti, per esempio, un tempio del Buddismo Shingon e due case del The. La foto che ho inserito si riferisce ad una stanza molto particolare, allestita secondo i precetti dell’ikebana, l’arte di saper disporre i fiori. In questa particolare arte, simile per certi versi a quella del bonsai, dalla quale tuttavia si discosta per gli elementi che in essa vengono valorizzati, l’opera d’arte si compone di rami, fiori, muschi, il vaso che contiene il tutto. Essa deve esprimere un ideale di raffinata bellezza, dove tornano a giocare ‘i pieni’ rappresentati dagli elementi dei rami/foglie e ‘i vuoti’ che si creano tra di loro. All’interno della composizione simbolica, da ammirare col massimo del rispetto e dell’educazione, perfino il numero degli elementi acquista un particolare significato. Tutto questo è ancora una volta fonte di meditazione per lo spettatore.

Come avete potuto verificare, le due capitali sorelle hanno moltissimo da offrire e possiedono un’anima che le differenzia notevolmente. Sembrano due mondi completamente diversi. Ci vediamo col prossimo articolo, dove parleremo del Fushimi Inari e di Nara, la cittadina dove i cervi possono passeggiare tranquillamente per strada.

Kinkaku-ji, il Padiglione d'Oro di Kyoto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

LinkedIn
Share
RSS