Amat M.

Amat M. Un paio di occhi svegli incorniciati da un folto nido di rasta, pelle scura e vestiti da adolescente. La prima volta che l’ho incontrato mi era parso un ragazzino di 20 anni, poi gli ho chiesto i documenti per iscriverlo in agenzia e ne ho letti 27.
Amat è un mio corsista e gli insegno a leggere il disegno tecnico in modo tale da potergli agevolare l’inserimento lavorativo presso le nostre aziende clienti nel settore metalmeccanico. Fatica molto a capire le mie lezioni a causa della lingua e perché non ha mai frequentato alcun tipo di scuola. Eppure, nonostante le difficoltà, non solo ci prova, ma ce la mette proprio tutta per capire! Una delle lezioni che ha infatti imparato è che il sapere rende liberi.

L’altro giorno gli ho proposto di rilasciarmi un’intervista. Mi ha dato subito la sua disponibilità, però, mentre rispondeva, ho notato qualcosa, l’incrinarsi del suo incrollabile sorriso. ‘Perché sei venuto in Italia?’, gli ho chiesto per prima. ‘Per non morire troppo presto’ è stata la risposta.

Mi ha raccontato di essere nato in Gambia. Come vi dicevo, non ha potuto frequentare la scuola e quindi è
stato mandato nei garage da bambino ad imparare il mestiere del meccanico. Gli hanno insegnato a guidare prima di aver superato di 10 anni (bisogna essere preparati in caso di necessità…) e una volta divenuto più grande, intorno ai 20 anni, a causa di problemi familiari è emigrato a Zabrata in Libia. Per arrivarci ha dovuto attraversare il deserto del Sahara: il tragitto è durato una settimana assieme a tante altre persone… Su questa parte ha voluto glissare. Parlando della Libia, invece, è rimasto in quello stato per un paio di anni lavorando come elettrauto, ma con l’arrivo della guerra civile è stato licenziato. In effetti l’intera attività del suo datore di lavoro è dovuta cessare, perché nessuno aveva più il coraggio di girare per le strade della città per la criminalità organizzata. Camminare anche solo per poche centinaia di metri poteva trasformarti in un bersaglio facile per ladri o assassini. Anche di notte sarebbero potuti entrare in casa tua per sequestrati nelle case-prigioni dei criminali con l’intenzione di chiedere un riscatto ai tuoi familiari. Lì oggi funziona così: se conosci la persona giusta non ti succede nulla, ma se per sfortuna sei uno dei tanti, nemmeno la polizia può garantirti la vita.

Un giorno il suo ex datore di lavoro gli ha proposto di aiutarlo a raggiungere l’Italia con un barcone: Amat non poteva crederci, per lui questo avrebbe significato la salvezza. Tornare indietro, infatti, era impossibile, perché i criminali impedivano il transito a ritroso nel deserto. Così è partito, lasciando la sua terra, la famiglia in Gambia… Ed è approdato nella tristemente famosa Lampedusa. Dopo un mese è stato mandato presso una cooperativa delle mie zone e lì è rimasto finché non è riuscito a rendersi economicamente autonomo. Adesso vive con la sua compagna e cerca lavoro. ‘Secondo te gli italiani sono cattivi?’, gli ho chiesto. Lui ha riso abbassando la testa come un ragazzino improvvisamente fattosi timido, e ha ripetuto più volte ‘no’. Poi ha taciuto. Gli ho detto ‘io voglio raccontare la tua storia, perché in giro dicono tante cose sbagliate. Io voglio raccontare la verità, non come Salvini.’ Mi ha guardata diversamente e a quel punto ho capito: fin dall’inizio aveva avuto paura che utilizzassi contro di lui quanto mi avrebbe detto. L’ho rassicuro dicendogli che sono dalla sua parte.

Da lì in avanti si è aperto e lo hanno fatto anche gli altri corsisti. Mi hanno raccontato della traversata nel deserto, compiuta con grandi automezzi con cinquanta persone a bordo costrette a stare sempre vigili, sperando di non cadere per l’alta velocità. Se accadesse, infatti, per loro sarebbe una condanna a morte: nessuno tornerebbe indietro a recuperarli. Mi hanno raccontato di aver visto i cadaveri e le ossa a bordo strada dei poveretti che non ce l’avevano fatta, vuoi per la sfortuna, vuoi perché erano stati picchiati per non aver pagato uno dei numerosi pedaggi previsti lungo il tragitto.

Ho scoperto con incredibile sorpresa che per loro l’Italia non è soltanto una meta dove cercare lavoro: molti decidono di emigrare all’estero per studiare esattamente come facciamo noi. Salihou, per esempio, aveva frequentato 3 anni in un istituto tecnico ed è venuto qui per implementare le sue conoscenze; Diallo, invece, stava per diventare medico. Anche lui desiderava migliorarsi, per questo è partito alla volta dell’Italia. Salihou mi ha raccontato che nessuno in Africa si aspetta di venire discriminato e quando arrivano si scontrano con una realtà assolutamente disattesa.

Eppure, nonostante tutto, sebbene trovino molte persone pronte a sfruttarli e a trattarli come bestie, riescono ancora a sentirsi riconoscenti nei nostri confronti. ‘Come posso dire su a Italia se mi ha salvato da barcone? Io no posso’, mi ha detto Salihou. ‘Sono contento di essere qui: in Italia tu quando ti ammali pensi all’ospedale, in Togo pensi al cimitero.’ Io insegno loro i rudimenti per poter leggere un disegno tecnico, mentre loro mi insegnano cosa vuol dire vivere in Africa. Esperienze fortissime, che fanno riflettere e gridano vendetta a Dio. Penso ancora ad Amat: lui, coi suoi occhi da ventenne, unico figlio strappato alla povertà della terra natia, ha dovuto sperimentare tutto questo. Si è dovuto nascondere per non essere preso e incarcerato, è dovuto scappare per non morire troppo presto.

Ha solo 27 anni, è più giovane di me e ha già conosciuto il peggio che questo mondo possa offrire.
Eppure, nonostante tutto, è sempre sorridente. Ogni giorno lo vedo arrivare con i suoi amici, tante persone, tante storie incredibili e silenziose, perché nessuno vuole sapere cos’è successo davvero. Mentre ripenso a tutto quello che mi hanno rivelato non posso fare a meno di mordermi la lingua disgustata: se dipendesse da me troverei lavoro a tutti e invece posso solo limitarmi ad insegnare loro qualche nozione di matematica e tecnica.

A tutti coloro che sono arrivati alla fine del mio articolo chiedo una sola cosa: cerchiamo insieme di rendere questo paese un po’ più ospitale. Per Amat, per i miei corsisti, per tutti quei ragazzi che hanno creduto nell’Italia vedendoci una terra di speranza.

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