Considerazioni personali sul viaggio in Madagascar

Scritto in occasione della ‘Cena per un Diritto’ organizzata dal Circolo Culturale ‘L’ Allergia’ 

Il Madagascar ha fatto per me molto più di quanto mi sarei aspettata. Accennerò alle cose che mi hanno colpita e mi hanno portata ad avviare una riflessione che perdura nel tempo, condizionandomi (per fortuna) ancora oggi. Questo viaggio mi ha regalato dei semini da piantare nel giardino del mio essere; ingenuamente pensavo che sarebbero rimasti lì e che non avrebbero prodotto cambiamenti, invece ho notato che nel tempo hanno germogliato, cambiando perfino il mio modo di vivere il quotidiano. Premetto che non sono una persona dallo spiccato senso umanitario e che infatti mi sono approcciata al viaggio con lo spirito dello studioso. Sono partita per capire una realtà diversa dalla mia senza avere la pretesa che questo impattasse sul mio spirito. Volevo vedere, capire e toccare con mano la povertà; quando mi sono posta questo proponimento, però, non avevo considerato che capire significa necessariamente cambiare. Ciò che non ci cambia normalmente è qualcosa che non siamo stati in grado di comprendere. Una nuova idea, se adeguatamente accolta in noi, si comporta come un virus: prende piede tra le altre idee e le modifica.

Così ho notato con piacere che l’esperienza del viaggio sta producendo cambiamenti inaspettati e sta addirittura scavando una sorta di iato tra me e chi non c’è stato. Adesso guardo ciò che possiedo in modo diverso e mi sento fortunata. E cerco di risparmiare, sentendomi addirittura in colpa se ‘spreco’ le risorse, cosa che chi mi sta intorno ovviamente non capisce. Non gli si può fare di questo una colpa, perché bisogna provare sulla propria pelle per capire. E questo ci insegna una lezione in più: dobbiamo avere l’umiltà di non giudicare chi vive un’esperienza a noi sconosciuta, perché facendolo gli arrecheremmo sicuramente un torto, dal momento che il nostro metro di paragone non potrebbe essere equilibrato. Rischieremmo di minimizzare i suoi sentimenti. Allo stesso modo io vi parlo del Madagascar, ma so che per capire fino in fondo ciò che scrivo dovreste visitare quella terra, esattamente come l’ho fatto io, e ripetere le mie esperienze.

A distanza di mesi mi sembra pazzesco come due settimane possano rivoluzionare una vita durata 26 anni, che è la mia età. Ora privilegio la qualità alla quantità, che si tratti di cose o di persone. Prima mi accontentavo di chiunque per riempire il mio tempo, ora voglio circondarmi di belle persone, perché la ricchezza sta negli affetti… E questo mi è stato trasmesso in Madagascar. Lì vi è una solidarietà che noi qui non conosciamo. Per comprendere questo fatto dovremmo andare lì. C’è uno spirito di appartenenza alla comunità che noi ci siamo completamente dimenticati. Per questo adesso io vorrei aiutarli, perché ho visto in loro qualcosa che noi abbiamo perso e che
vorrei preservare. Come una sorta di ancora valoriale del mondo alla quale saprei, un domani, di potermi rivolgere per trovare ispirazione e consolazione per le pene della nostra società malata.

Il Madagascar è afflitto da tanti mali, ma il denaro non ne è la causa, bensì l’effetto. La prima piaga è costituita dall’ignoranza. Ho visto foreste ardere, perché nessuno capiva l’importanza di tenere pulito il sottobosco, strade spaccate dall’incuria dei suoi utenti, il propagarsi di malattie per la mancanza di banali regole igieniche e comportamentali. Per questo l’istruzione è fondamentale e bisogna sostenere tutti coloro che si fanno promotori della scolarizzazione. Perché un ignorante non si accorge di essere schiavo, non capisce di avere una scelta, non immagina che le cose potrebbero essere diverse. Educare al rispetto per l’ambiente e la natura che ci nutre, capire come sfruttarla al meglio per migliorare il futuro, scoprire quali sono le nostre doti per coltivarle e proporle un domani nel campo lavorativo. E la consapevolezza di chi si è e cosa si può volere, tutto deriva dall’insegnamento. È basilare. Un analfabeta sarà schiavo di se stesso e degli altri. Scorgerà limiti laddove vi sono opportunità.

Il Madagascar ha bisogno di questo e arde dal desiderio di ricevere il nostro aiuto. Una cosa bellissima che ho visto lì è la contentezza derivante dall’opportunità di studiare. E così Madagascar e Italia potrebbero collaborare in modo istruttivo per scambiarsi vicendevolmente beni preziosi: da una parte il sapere e dall’altro i valori dimenticati. I malgasci sono un popolo pieno di dignità e per questo hanno la mia stima. Tutti lavorano e danno il loro contributo. Perfino i mendicanti cercano di offrire un qualche servizio in cambio dell’elemosina, che si tratti di trasportare le valigie fino alla macchina nel parcheggio dell’aeroporto o la vendita di un ninnolino prodotto con le foglie di banano. Sono veramente poche le persone che si aspettano qualcosa per niente, e in ogni caso non puntano a suscitare la pietà. La maggior parte della forza lavoro viene assorbita dalle innumerevoli coltivazioni che rendono il territorio un immenso mosaico colorato. Fiumi, rivoli e laghi vengono perennemente sfruttati per piantagioni e risaie, spesso a discapito dello stesso patrimonio boschivo, ormai completamente devastato e prima conseguenza dell’erosione montana. La Bemaha, una regione dell’entroterra sconosciuta perfino alle carte geografiche, raggiungibile solo con la jeap, mostra quattro colori: il rosso della terra ferrosa, l’oro della paglia arsa dal sole, il verde delle piantagioni di legumi e il nero degli arbusti consumati dagli incendi.

Penso che i malgasci si meritino il nostro aiuto, perché nel loro piccolo cercano di fare tutto il possibile per andare avanti. Se avessero mezzi migliori e un’istruzione adeguata sarebbero sicuramente in grado di cambiare le sorti di un paese che, in passato, è stato sfruttato e piagato dal colonialismo. Il mondo, in fin dei conti, glielo deve.

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