Cyberbullismo, una piaga fra i giovani

Articolo pubblicato su UCT, Uomo Città Territorio, Luglio 2018 numero 511

L’avvento del terzo millennio ha portato con sé numerose sfide, una di queste riguarda l’educazione delle nuove generazioni sull’utilizzo consapevole della tecnologia, rivolgendosi direttamente alle due forze che agiscono sul loro sviluppo: famiglia e scuola. La tecnologia è senza dubbio una risorsa, ma come tutti gli strumenti messi a disposizione dall’uomo, se sfruttata in modo improprio può divenire fonte di problemi. E’ il caso purtroppo del fenomeno del cyberbullismo, una piaga che si sta diffondendo tra i più giovani e rischia di rovinare molte vite.

Per affrontare l’argomento, decisamente delicato, ho deciso di avvalermi del supporto della giovane Valentina Tacchini, laureanda in scienze psicologiche cognitive e psicobiologiche presso la Facoltà degli Studi di Padova, forte dell’esperienza maturata presso la comunità di doppia diagnosi ‘La Vela’ nel bellunese, nonché da anni volontaria presso l’ODAR ‘Opera Diocesana di Assistenza Religiosa’, una comunità che si prende cura di ragazzi con disabilità.
La Tacchini è stata molto felice di poter dare il suo contributo, perché nella sua esperienza ha dovuto constatare quanto risultino determinanti la disinformazione e la mal-educazione (intesa qui nell’originaria accezione di ‘educato male’) delle vittime. Ignorare il fenomeno è il primo passo per caderci.
Prima di definire insieme che cosa si intenda con cyberbullismo, gioverà al fine della comprensione approfondire il concetto più generale di bullismo.

Il bullismo tradizionale”, ci spiega la Tacchini “viene identificato da un atto aggressivo avente 3 caratteristiche: 1) è presente uno squilibrio di potere sociale, fisico o cognitivo, di qualsiasi tipo, tra il bullo e la sua vittima; 2) l’episodio viene ripetuto o ha la possibilità di essere ripetuto nel tempo; 3) l’intenzionalità, ovvero il bullo, per essere definito tale, deve nuocere intenzionalmente. L’atto aggressivo è intenzionalmente volto ad un obiettivo strumentale di prevalenza sugli altri.

Il cyberbullismo rappresenta una sottocategoria del bullismo e per le sue caratteristiche peculiari alle volte può considerarsi addirittura più pericoloso del bullismo tradizionale. Nella pratica un atto di cyberbullismo si configura come un’azione prepotente fatta attraverso la tecnologia (mail, telefonate, messaggi di calunnie inviati all’interessato o a persone terze, commenti sui social network, chat sincrone, forum). Ad amplificare la gravità del fenomeno abbiamo: l’anonimato, che rende difficile la denuncia; la vastità del pubblico potenzialmente infinito (sui social la diffusione di un contenuto può diventare virale); la mancanza di un luogo dove la vittima possa sentirsi al sicuro, dal momento che la tecnologia può raggiungerla ovunque (a differenza degli atti di bullismo perpetrati nelle aule di scuola che si chiudono lì).

Cyberbullismo

Tra le peculiarità del cyberbullismo abbiamo anche il distacco emotivo tra bullo e vittima prodotto dallo schermo, che limita la risposta della condivisione empatica e del dolore dell’altro e che rende il bullo meno consapevole di quanto sta facendo.

Nel 2004 è stato ipotizzato che chi è vittima di bullismo nella realtà possa avere la tendenza a divenire bullo a sua volta nel web per rivalersi. Le statistiche, infatti, anche se prodotte per motivi diversi, ci dicono che la maggior parte dei cyberbulli non manifestano comportamenti aggressivi e prevaricatori anche a scuola; tra i ragazzi che diventano bulli solo nel web inoltre rinveniamo persone più timide che grazie alla tecnologia trovano il coraggio di mettere in atto la loro prepotenza. E’ più facile farlo sul web che faccia a faccia nella realtà.

La valutazione del fenomeno è difficoltosa, perché le ricerche e gli studi sono solo all’inizio.”, ci informa la Tacchini. “L’età interessata al momento è adolescenza e preadolescenza, ma siccome si presuppone che per aver luogo il cyberbullismo abbia bisogno dello strumento tecnologico, esso un domani potrebbe verificarsi anche all’asilo. L’atto prepotente esiste già dalla primissima infanzia e coi tempi che cambiano così velocemente potremmo un giorno rimpiangere di non aver fatto nulla, considerato che i bambini a 7/8 anni possiedono quasi tutti uno smartphone.
Di fronte ad una prospettiva così agghiacciante, le ho chiesto in che modo possiamo intervenire.

E’ fondamentale incentivare la prevenzione, sia dal punto di vista della vittima che da quello del bullo. Nei modelli di intervento uno dei punti cruciali è prevedere l’aiuto alla vittima. Esso consiste in un supporto sociale, emotivo, psicologico e specialistico, un training su tecniche assertive, e viene insegnato come rispondere in maniera corretta alle provocazioni. Se io sapessi in anticipo come comportarmi in determinate situazioni, magari sarei comunque vittima, ma non in maniera grave, perchè saprei come affrontarle, ne avrei maggiore controllo. A scuola si fa formazione agli alunni ma anche agli insegnanti e ai genitori. Ricordiamoci che i bulli sono bulli, perché hanno imparato a reagire aggressivamente alle situazioni sociali. In definitiva la prevenzione non si dimostra importante solo per le vittime di bullismo, ma anche per i genitori di bulli. E tutti vanno aiutati, anche gli spettatori.

Ed effettivamente si possono distinguere diversi ruoli nel bullismo tradizionale, ruoli che si possono rinvenire anche nell’interazione web. Abbiamo bullo, assistenti del bullo (agiscono attivamente per aiutare il bullo), sostenitori del bullo (fanno solo il tifo); poi troviamo vittima, difensore della vittima e osservatori passivi (non è una passività pura perché essi scelgono attivamente di essere passivi).

Se volessimo fare il paragone tra bullismo reale e cyberbullismo”, ipotizza la Tacchini, “potremmo dire che il post diffamatorio nella bacheca Facebook è del bullo, i like al post sono dei sostenitori, i commenti cattivi sono degli assistenti, mentre i commenti a difesa sarebbero dei difensori della vittima, le visualizzazioni sarebbero i passive bystanders, ovvero gli spettatori. E’ un esempio che calza.

Le ho chiesto se riteneva che Facebook avesse messo in atto un’efficiente politica di prevenzione o gestione del cyberbullismo.

Quando si arriva a Facebook è già troppo tardi: il ragazzo dovrebbe già essere in grado di discernere tra comportamenti buoni o cattivi sui social. Ad ogni modo, Facebook nel Centro Assistenza ha messo a disposizione un’intera sezione sul bullismo: qui si trova del materiale per genitori e insegnanti per rispondere a domande importanti sulla tematica. ‘Come faccio ad aiutare un mio amico vittima di bullismo su Facebook’? E domande del genere. Tra le azioni già previste c’è il blocco o la segnalazione dei contenuti, e per la vittima sono strumenti fondamentali.

cyber bullismo bambini

Per Valentina Tacchini i social in tema di prevenzione stanno già facendo il possibile. E comunque non sono loro a doverci educare, ma è nostra responsabilità utilizzarli in maniera consapevole. E qui si torna al discorso iniziale: il fenomeno si contrasta con la prevenzione attuata attraverso l’informazione. Anche i genitori devono essere formati, perchè non hanno le competenze per insegnare correttamente ai loro figli come gestire il fenomeno del bullismo. Secondo lei uno dei problemi da affrontare è il divario di conoscenze tra figli e genitori, dove questi ultimi non riescono ad avere il controllo della situazione, perché spesso non sanno proprio di cosa si parla (analfabeti digitali). Per questo motivo è importante che la scuola insegni anche ai genitori in modo da essere due ingranaggi sociali che funzionino bene e insieme.

I genitori devono sapere quello che i ragazzi fanno nel mondo online. Dovrebbero parlare regolarmente di tutto, delle potenzialità positive dello strumento, come di quelle negative, assieme ad altri argomenti generalmente ritenuti tabù, ad esempio le molestie sessuali. Bisogna motivare i divieti. È importante farsi spiegare dai ragazzi perchè utilizzano i social e quali utilizzano. Il nocciolo della questione è parlare. Consapevolezza e monitoraggio da parte dei genitori. Vanno stabilite le regole per l’utilizzo di pc, telefono e playstation (qualsiasi strumento insomma che permetta la comunicazione con gli altri). Tutto questo è educazione, educare i propri figli.

Nell’articolo del mese scorso ero arrivata a parlare dell’analfabetismo digitale partendo dall’analisi della privacy; la volta precedente avevo messo in evidenza come le persone sottovalutino l’importanza di fare self branding online nella ricerca lavorativa. Anche con questo articolo, senza forzature, sono giunta a porre l’attenzione sul bisogno di informare chi utilizza la rete. Questo mi ha fatto riflettere molto: è come se, con l’avvento di Internet, si fosse dato un kalashnikov in mano ad un bambino. La tecnologia non è il problema, ma bisogna imparare ad usarla. Stiamo vivendo senza rendercene conto una rivoluzione, dovrebbe essere dovere di chi usa internet quello di volerlo usare in maniera corretta. Questo però non avviene, per cui gli esperti sentono l’urgenza di incentivare l’alfabetizzazione degli utenti.

Mi unisco quindi all’appello di Valentina Tacchini quando dice ai genitori: “Informatevi! Informatevi! Informatevi!”

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