I nuovi muri virtuali e il mattone della comunicazione

Communicatio, -onis nel tardo latino viene tradotto con ‘trasmissione di un pensiero o di un sentimento’, anche se originariamente ricopriva un’area semantica decisamente più concreta. La comunicazione, quindi, mette in comune qualcosa, trasferisce parole, idee, conoscenza… Ebbene oggi mi sono chiesta, assieme ad Alberto Nalin, che della comunicazione ha fatto il suo pane quotidiano, se questo aspetto squisitamente umano può invertire i suoi connotati e divenire un ostacolo alla condivisione. Nella nostra indagine abbiamo scelto di concentrarci maggiormente sulla comunicazione digitale.

Secondo te come nasce un muro?

“La natura umana non credo sia fatta per vivere tra le mura. Le mura hanno iniziato a nascere per paura, quando le cose attorno a noi si sono complicate e abbiamo pensato di perdere il controllo.”

Come si costruiscono i muri?

“Fisicamente, ma anche metaforicamente.’, prosegue Alberto. ‘In questo la comunicazione è il mattone.”

Come si abbattono i muri?

“Prima di tutto con la comunicazione, con un messaggio che vada oltre l’ostacolo, che permetta alle due fazioni di vedere oltre il muro.’

Ed ecco che parlando con Alberto scopriamo un fatto interessante: la comunicazione può consentirci di entrare in relazione con gli altri come anche impedirci di farlo.”

In che modo la comunicazione può erigere un muro?

“La comunicazione può mettere un muro davanti ad alcuni temi, spostando l’attenzione verso altro, oppure può costruire muri che ostacolino la vista dell’intero contesto e quindi spingere alla creazione di opinioni distorte. Lo vediamo in politica da sempre. Oggi con i Social la potenza di questa attività è centuplicata con rischi importanti.”

Secondo te i Social possono essere eletti a luogo di sano confronto politico? Il modo di far politica sui Social cambia il mondo in cui viviamo e a me Facebook appare profondamente antidemocratico. Su Facebook paghi e vieni visto, puoi escludere la parte di pubblico che non ti interessa o non ti piace, di fatto limitando il confronto.

“Questa è una domanda tosta. Da romantico mi piacerebbe dirti che sì, i Social possono essere il posto giusto per un confronto sano, anche acceso, ma comunque rispettoso. Come accadeva nei bar di quartiere qualche tempo fa. Purtroppo però, ad oggi, non credo sia possibile. Non solo per quanto evidenzi in merito all’acquisto di visibilità, ma proprio per la… presenza di muri. La mancanza di contatto diretto con la persona con cui stai interloquendo è una sorta di comunicazione mediata da un muro trasparente che è il monitor, blocca tutte le normali dinamiche del confronto dal vivo. È così che nascono i leoni da tastiera.”

Alberto, capisco quanto affermi: avevo potuto approfondire una dinamica simile parlando del cyberbullismo. Anche in quel caso, mancando del tutto la condivisione empatica tra bullo e vittima, soprattutto la sofferenza della vittima, il risultato di questo rapporto alterato dalla tecnologia sfociava in una violenza perfino maggiore rispetto a quella che si sarebbe potuta consumare nella realtà.

Facebook, Google e altre piattaforme ci studiano in quanto utenti e consumatori, arrivando a conoscerci come nemmeno il nostro migliore amico saprebbe fare! (consentimi l’iperbole) Per questo motivo ci propongono nel tempo quello che possiamo trovare interessante… Di fatto, quindi, ci creano piano piano un micro mondo a nostra misura, dove le cose vanno come vogliamo noi. Non pensi che anche questo meccanismo sia assimilabile all’innalzata di un muro che poi finisce per limitarci ed impedirci il confronto con gli altri?

“L’altro rischio dei Social è quello di entrare in un ‘tunnel’ che, appunto, esclude tutto ciò che non ti interessa. Un algoritmo decide quello che ti piace e ti fa vedere solo quello, e la tua realtà diventa, in qualche modo, limitata. Poi sta sempre nella natura della persona: se ami il confronto ‘pulito’ continui a cercarlo e i tuoi orizzonti diventano inevitabilmente più ampi, anche nei Social. Se per natura costruisci muri anche nella realtà… sui Social questi muri saranno ancora più alti. Attenzione: secondo me il WEB e i Social sono strumenti straordinari, dobbiamo solo avere la consapevolezza che possiedono dinamiche differenti rispetto a quelle tipiche del mondo reale.”

Secondo te, Alberto, all’interno di un quadro così poco rassicurante, in che modo possiamo far fronte all’esigenza di erigere muri? E qual è il ruolo del Marketing in tutto questo?

“Comprendere la psicologia, le sensazioni degli altri, vivere le cose in modo empatico può difenderci dalla necessità di attorniarci di muri, perché ci fa capire ciò che ci circonda.

Il ruolo del Marketing… Il Marketing è psicologia prima di tutto, poi tante altre cose, tra cui la comunicazione. Stiamo assistendo ad un nuovo approccio da parte dei brand che, sempre di più, si schierano anche politicamente o a favore di determinate cause. È un bene. Per me non si tratta solo di una strategia di Marketing, è qualcosa in più. È un ritorno alla centralità della persona.”

Come mai pensi che lo schierarsi dei brand a livello politico sia un ritorno alla centralità della persona? Facendo la parte del diavolo, non pensi che per un singolo brand un’azione simile potrebbe rivelarsi rischiosa? Penso nei termini di brand awareness: la notorietà del politico di turno probabilmente inciderebbe positivamente o negativamente sulla notorietà del brand.

“È certamente rischioso, ma abbatte i muri. Credere che un brand sia completamente avulso dalle dinamiche che ci circondano è un’illusione. È una costruzione pubblicitaria. Mostrarsi in modo trasparente, senza edulcoranti, penso sia un fondamentale oggi e sempre di più nel futuro. Dato che sul mercato ormai troviamo decine di brand che fanno la stessa cosa, ognuno di noi vorrà scegliere un brand che esprime anche un valore etico. Questa esigenza è propria soprattutto dei giovani. E indipendentemente dal politico di turno, se esistono dei valori chiari è possibile che questo brand possa avere una vita più lunga ed un pubblico molto più fedele. Basti vedere quello che è successo, a livello di comunicazione, durante il Pride di quest’anno. 

La Gen-Z è sempre più sensibile a questi aspetti e sceglie i brand anche in funzione dei valori che trasmette. Penso sia un bel movimento che va seguito e incentivato, a tutti i livelli. Anche un piccolo negozio di quartiere può schierarsi e abbattere un piccolo pezzo di muro con la comunicazione. Attenzione però a non creare a nostra volta muri nei confronti di chi ne ha eretto uno, altrimenti il loop è infinito.”

Ringrazio Alberto Nalin per aver accettato di discorrere con noi di queste tematiche, mostrandoci ancora una volta che, come in tutti i contesti della vita, il problema non è rivestito dagli strumenti, ma da come essi vengono utilizzati. Nel caso specifico non sono i Social in sé ad essere problematici, ma il modo in cui essi vengono sfruttati per veicolare la comunicazione. Se sfruttati nel modo giusto possono diventare un valido strumento di condivisione, azione che – interessante da notare, è alla base di Facebook.

Articolo pubblicato su UCT, Uomo Città Territorio, numero 526

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