Schadenfreude, il piacere per il dolore altrui

schadenfreude
Schadenfreude

Entro in negozio. Mi guardo velocemente intorno, avvisto una delle mie colleghe che piega un paio di jeans sul primo tavolo del salone. Le passo vicino, la saluto in maniera amichevole – né troppo colloquiale né distaccata; lei alza la testa verso di me e solo in quel momento, nonostante mi avesse già intravista all’entrata. Mi guarda con fare sornione, poi mi saluta di rimando. Il sorriso le si allarga sulla bocca, al limite dello sguaiato, poi torna a guardare i suoi jeans e prosegue il lavoro. Io dentro di me penso ‘Ahia…

Proseguo verso il magazzino dove ci sono gli spogliatoi. Prima delle scale sento la voce del mio capo provenire dalle mie spalle; mi giro, lo incrocio con gli occhi e lo saluto. Lui mi guarda, rimane serio e accenna un impersonale ‘Ciao.’ Deglutisco sonoramente, come si fa nei cartoni animati, mi volgo nuovamente verso le scale e scendo, sapendo che di lì a poco si scatenerà l’inferno.

E infatti poi è stato così: il capo ha aspettato che io marciassi solennemente verso di lui, sul patibolo, per scontare la pena dei miei crimini. L’ennesima cavolata di una lista infinita: il giorno prima non avevo passato adeguatamente il mocio sulla superficie del negozio. Ma non importa, ascolto in silenzio, se proprio ho voglia cerco di abbozzare una scusa, ‘…verso la fine sono venuti molti clienti…’, ma senza pretese, senza crederci veramente, perché so che si tratta di una mera dimostrazione di autorità. So perfettamente che quel rimprovero è inutile, che non è personale, fa semplicemente parte di un modus operandi tipico degli store manager. La pillola ogni tanto va data ai dipendenti, perché non accada che si illudano di valere qualcosa sul posto di lavoro. O di essere un tassello importante di un gioco che si sta vincendo. Oggi è toccato a me buttarla giù, domani sarà il turno di qualcun altro. Questo è il mondo lavorativo. Questo è normale.

Derisione

 

Schadenfreude. Il piacere provocato dalla sventura altrui. Quello che ha provato la mia collega quando sono entrata in negozio e mi ha vista attraversare l’atrio, ancora ignara che quello per me sarebbe stato un giorno di penitenza. Lei invece lo sapeva, perché era arrivata prima di me e aveva potuto intessere sufficientemente bene la trama affinché in torto risultassi io. Le era andata bene stavolta… Ed era soddisfatta. Sotto quell’espressione apparentemente calma, sotto quella pelle eccessivamente truccata, le fibre dei muscoli fremevano per rivelare lo stato d’animo: schadenfreude.

Il sentimento spregevole dei vili. Sboccia dentro di te ad un certo punto, senza che tu te ne renda conto. Il seme ti è stato fornito come gadget alla firma del contratto di lavoro. Insieme alla penna e ai fogli ti hanno detto ‘…firmi qui, nell’apposito spazio. Tutto quello che le chiediamo è di vendere la sua dignità per 1100 Euro al mese.’ Tu avevi bisogno di quel lavoro, ma davvero tanto, in quel momento sembrava la tua ragione di vita, e quindi non hai obiettato; hai preso in mano la penna, hai firmato nell’apposito spazio e in seguito hai deglutito il seme. Esso è andato giù nel tuo essere, cercando terreno per attecchire. Inizialmente per lui è difficile, soprattutto se si tratta della prima esperienza lavorativa. Ci sono degli agenti patogeni per lui, come i valori etici, soprattutto quelli giovanili, tipici degli idealisti; se si è delle persone un pochino più pragmatiche, più scaltre, già gli si fornisce del concime. Comunque nel tempo arriva ugualmente; ad essere duro, ripeto, è solo l’inizio. Con l’esperienza lavorativa arrivano le delusioni, le amarezze, la constatazione che non si tratta di un sistema meritocratico e che anzi, ad essere apprezzati sono certi atteggiamenti poco lodevoli, per così dire.

Il capo non è giusto, non è trasparente, non ha nessun interesse a far rispettare il pezzo di carta che hai firmato di comune accordo, e ti rendi conto improvvisamente di essere circondato da lupi. O, al massimo, da pecore che si stanno rendendo conto, come te, delle vere regole del gioco. La più importante di queste è: vince chi sbaglia di meno. Non si va a merito, non importa a nessuno che tu sia bravo o addirittura eccella. Nessuno vuole che tu lavori per il bene dell’azienda… Tu devi far fare bella figura al capo di turno, e la sua bella figura è legata imprescindibilmente al tuo sfruttamento silente.

commessa

 

Tutto questo ci riporta all’inizio dell’articolo: il capo ha deciso di colpire me, oggi, per far valere la sua autorità e farsi bello agli occhi dei manager sopra di lui, e i miei colleghi hanno goduto per non essere capitati sotto la lente d’ingrandimento. Non hanno provato pietà, quel sentimento di sunpatheia che si prova all’inizio, quando pensi di costituire con loro un gruppo dove il dolore e la sofferenza possono essere sostenuti a quattro mani perché si sa, prima o poi capiterà a tutti. No, col tempo il semino ha messo radici, si è ingurgitato tutte le delusioni, le derisioni, le umiliazioni, e ti ha fatto diventare una persona peggiore. Ora sei capace di provare del sano compiacimento quando la sofferenza capita al tuo vicino, soddisfatto che oggi non è toccato a te. Ti senti in diritto di girare per il negozio a testa alta, non perché hai fatto qualcosa di pregevole, ma soltanto perché sei stato abbastanza scaltro da non aver sbagliato. Questa è la fantastica grandezza dei vili.

Ho scritto per esperienza. Un paio di anni fa ho provato tutto questo, stavo affogando in quel mare per i miei 800€ al mese. Quando la situazione è diventata ingestibile, quando sono arrivati a ledere la mia dignità in maniera sostanziale ho detto basta e mi sono ribellata. Questo ha creato una situazione di disagio, il pezzo di carta è stato strappato, ma io ho difeso la mia dignità e ho scoperto di avere dei diritti. E sapete cosa? Oggi ho un lavoro. Perché non è vero che finisce il mondo come ci raccontano. Si chiude un contratto e se ne apre un altro, se si ha la voglia di cercare davvero. Basta mettersi in gioco e porsi come persone, non come schiavi.

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