Smart working e stress: soluzione o causa del problema?

Articolo pubblicato su UCT, Uomo Città Territorio – numero di Agosto

Lo Smart Working, se ben organizzato, può rivelarsi un ottimo alleato contro lo stress correlato al contesto lavorativo e un’ottima occasione per persone che, in condizioni normali, risulterebbero escluse dalla selezione del personale a causa di fattori come la distanza. Vediamo perché!

Smart Working e stress fisico

Amanda, impiegata amministrativa, esce di casa la mattina presto per affrontare il caotico traffico delle 7:30 di Milano; Lucio, WEB developer, pendolare di un paesetto sperduto, si fa un’ora di treno per arrivare al co-working dove lavora; Gigi, addetto ufficio paghe, è pronto a estrarre in pausa pranzo il suo panino farcito, ricordando il trancio di pizza fredda del giorno prima e la porzione di insalata di riso di inizio settimana.

Molti lavoratori affrontano quotidianamente un’infinità di situazioni fisicamente stressanti, dilapidando in questo modo energie, soldi, tempo e peggiorando la loro salute. Perché continuare su questa strada quando suddette risorse potrebbero venire impiegate nel lavoro o negli interessi personali?

Amanda avrebbe potuto dormire più a lungo, Lucio avrebbe risparmiato tempo e continuato a respirare l’aria salubre del suo paesino (aria e acqua inquinati sono fattori di stress fisico grandemente sottovalutati), mentre Gigi sarebbe finalmente riuscito a consumare un pranzo decente a casa propria, risparmiandosi forse, dopo anni trascorsi in questo modo, carenze alimentari e acidità di stomaco.

Senza contare gli effetti ‘collaterali’ sul contesto urbano, come la riduzione del traffico e quindi dell’inquinamento atmosferico.

Smart Working e stress psicologico

Questa volta il mio pensiero va a Marta, addetta al call center, costretta a muoversi per 9 ore al giorno in meno di un metro di scrivania e a relazionarsi con colleghi che non sopporta; a Lucia, segretaria di studio, che chiude gli occhi di fronte alle avance del datore di lavoro; e infine a Marco, editor presso una casa editrice, isolato dai colleghi perché i suoi meriti e il suo duro lavoro vengono giustamente riconosciuti dalla direzione.

“Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, recitava un detto. In questo caso potremmo dire “lontano dagli occhi, lontano dall’ansia.” Lo stress psicologico viene definito come la reazione messa in atto dall’organismo del soggetto in risposta a un fattore percepito come pericoloso; possiamo quindi concludere che, mentre il fattore di stress fisico è oggettivo e colpirebbe grossomodo tutti, quello psicologico viene determinato in vasta parte dalla natura caratteriale della persona. Possiamo facilmente rendercene conto se pensiamo che la stessa situazione può essere vissuta come un’opportunità da alcuni oppure come un’esperienza traumatica da altri.

Facciamo un passo ulteriore: invece di considerare un fattore fisico (come un rumore persistente), questa volta lo stressor avrà un nome e un cognome e quindi si rivelerà particolarmente sfidante. Mettere in atto degli atteggiamenti concilianti e assertivi potrebbe essere un primo passo per iniziare, ma on sempre si dimostra risolutivo, soprattutto se parliamo del caso della segretaria sopracitata. Inoltre, il fatto di individuare a livello razionale la strategia migliore per affrontare il problema non implica necessariamente che l’ansia ad esso associata diminuisca, poiché la risposta fisiologica del corpo allo stress è tutto fuorché razionale. Si tratta infatti di un meccanismo involontario e ancestrale, che nella preistoria ci avrebbe garantito la sopravvivenza di fronte al nemico, ma che oggi può rischiare di sfavorirci, soprattutto se ti trovi in commissione d’esame e ti scompare la memoria.

Tornando al nostro problema, essendo costituito da una persona, non è nemmeno detto che ella si dimostrerà collaborativa nei nostri confronti. Potrebbe tranquillamente ignorare i nostri sforzi e continuare a farci del male. E allora, perché ostinarsi ad alimentare dei rapporti umani tossici? Sono davvero numerose le persone che in sede di colloquio mi hanno confessato di essersi licenziate, perché il clima aziendale e i rapporti coi colleghi si erano deteriorati fino a divenire ingestibili. E così, dopo aver fatto visita a gastroenterologo e nutrizionista, passando per un insegnante di yoga, avevano infine preso l’amara decisione.

Lo Smart Working in questo senso può aiutare a gestire lo stress legato alle relazioni coi colleghi allontanando momentaneamente il problema. La ricercatrice Nadia Wager ha rilevato che, negli impiegati di una ditta inglese, la pressione media del sangue aumentava significativamente quando era presente un supervisore molto temuto, contrariamente a quello che accadeva in presenza di un coordinatore maggiormente amato. Per quanto banale possa essere sottolinearlo, la presenza degli altri ci influenza e spesso non ci consente di lavorare serenamente. Questo fatto poi rischia di innescare un circolo vizioso: se la presenza degli altri mi crea agitazione inizierò a lavorare sotto le mie aspettative; rendendo meno, mi giudicherò male con conseguente abbassamento della mia autostima… processo da evitare assolutamente.

“E la vita sociale?”, vi sento già obiettare. Se per vita sociale intendete il quarto d’ora trascorso a bere il caffè della macchinetta alimentando pettegolezzi d’ufficio o commentando le ultime sul coronavirus – che dopo anni è riuscito a scalzare il tema del tempo atmosferico – potrete convenire con me che possiamo tranquillamente farne a meno. Piuttosto, riflettete sul fatto che lavorando da casa avrete più tempo da dedicare a voi stessi: potrete leggere, scrivere, incontrare gente nuova grazie ai vostri hobbies, andare in palestra e parlare coi pettorali del vostro personal trainer! E per non perdere le buone abitudini vi ricordo che anche lì normalmente c’è una bella macchinetta del caffè…

“Se sono una schiappa nella gestione del rapporto coi colleghi, allontanandomi da loro posso solo peggiorare le cose”, mi è sembrato di sentire. Certamente, avete ragione, infatti siamo pieni di persone che a forza di sbattere il muso contro il problema… si sono soltanto fratturate il naso. Scontrarsi quotidianamente col problema non aiuta necessariamente a risolverlo, poiché contestualmente è necessario analizzare le cause che lo hanno generato e avere la reale volontà di lavorare su se stessi per risolverlo. Un buon consiglio che mi sentirei di suggerire sarebbe quello di rivolgersi ad un coach motivazionale per apprendere e allenarsi nelle competenze trasversali quali comunicazione e team working.

Opportunità lontane da casa ma vicine al portafogli

Avrete già indovinato dove voglio andare a parare: con lo smart working le distanze fisiche diventano relative. Se ‘casa’ è il luogo dove si trova la mia famiglia, è altrettanto vero che il mio ufficio può riassumersi nel mio computer e nel cellulare aziendale. Il parallelismo da me introdotto non solo è stilisticamente funzionale, ma anche degno di riflessione, giacché famiglia e lavoro sono spesso correlati. Se uno dei due genitori è costretto a spostarsi per lavoro, magari a seguito di una promozione, ecco che normalmente l’intero nucleo famigliare avrebbe dovuto seguirlo, andando incontro a stress e traumi.

Ecco che con lo smart working anche questo aspetto verrebbe risolto: basta spostarsi per lavoro, perché posso scegliere di lavorare ovunque da casa. Potrei essere un formatore all’interno di corsi professionalizzanti e dare lezioni online dalle Maldive. Tanto l’importante è avere una buona connessione!

Smart working: non tutto è oro quello che luccica

Come sempre, anche lo smart working nasconde un lato oscuro. Prima di tutto, per poterlo gestire al meglio, è innegabile che il dipendente debba possedere delle competenze tecniche di base, come un buon utilizzo del computer e delle piattaforme WEB/software. Se queste premesse non vengono rispettate lo smart working si trasformerà in un nuovo incubo. È il caso, ad esempio, degli insegnanti che in periodo di quarantena sono stati improvvisamente proiettati nel terzo millennio, costretti a subire una repentina alfabetizzazione digitale che nella maggior parte dei casi ha prodotto un incremento molto elevato dello stress.

Un altro esempio negativo mi riporta al contesto familiare, che non sempre si concilia adeguatamente con le esigenze lavorative del singolo. Bambini che ricercano l’attenzione degli adulti, vicini di casa fastidiosi e strumentazione inadeguata possono peggiorare la situazione, facendo rimpiangere la vita d’ufficio.

Altro punto dolente potrebbe riguardare la difficoltà riscontrata da alcuni soggetti a scindere vita privata e vita lavorativa per la mancanza di definizione spaziale e temporale delle due. In entrambi i casi il luogo rimane lo stesso, mentre gli orari lavorativi tendono a dilatarsi in maniera indefinita, alle volte su iniziativa dello stesso dipendente che ‘si prende avanti’ con i compiti del giorno dopo perché ne ha la possibilità. Lassismo, vita sedentaria e barba lunga di una settimana possono facilmente divenire il corollario di una vita votata alla mission aziendale.

Conclusioni

Tenendo conto di quanto scritto e di molto altro che purtroppo non ha trovato spazio nell’articolo, penso che lo smart working sia una grande risorsa. Potenzialmente può ridurre lo stress a carico del dipendente, sia dal punto di vista fisico che psicologico, permettendogli di risparmiare energie e avere più tempo da dedicare a se stesso, andando ad alimentare un circo virtuoso dove la persona sta sempre meglio (e quindi lavora anche meglio!). L’importante è che lo strumento non diventi a sua volta un nuovo motivo di stress nei confronti di lavoratori che non vengono messi nelle condizioni di lavorare bene da casa.

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