Esposizione “Trento nella Grafica di Othmar Winkler” presso Soul Bar

Copertina UCT Aprile
Copertina UCT di Aprile

La realtà è una sola. Nonostante essa possieda un unico modo per rivelarsi, le nostre opinioni in merito sono molteplici e addirittura contraddittorie. Ciò deriva dal fatto che lo stesso oggetto, concreto o ideale che sia, può essere osservato da prospettive differenti, ed ognuna di esse potrà esplorarne diverse sfaccettature. Noi guardiamo quell’oggetto, lo valutiamo attraverso il filtro della nostra storia personale, delle nostre convinzioni, e produciamo un’opinione, illudendoci che sia la sola e unica giusta. Per questo è sempre positivo il confronto con chi la pensa diversamente, perché, che si trovi nel torto o nella ragione, il suo punto di vista arricchirà anche il nostro, allenandoci a variare prospettiva.

E oggi vi parlerò del punto di vista di un artista a noi molto vicino: Othmar Winkler. Egli un bel giorno decise di prendere il suo blocco da disegno e di ritrarre Trento, la nostra bella città. L’occasione venne fornita dalla chiusura al traffico del centro storico nel 1972, quando le vetture percorrevano ancora Piazza Duomo o Via Mazzurana. Fino a quel momento era stato impensabile sedersi in mezzo alla strada per ritrarre i punti nevralgici della vita cittadina e così, in preda ad un interesse sia artistico che storico, Winkler prese carta e carboncino per descrivere graficamente la città dei Principi Vescovi. Ovviamente lo fece come solo lui avrebbe potuto fare: affidando a pochi strumenti di lavoro e ad un linguaggio maturato durante un’intera vita di studio il compito di esprimere il suo universo di emozioni.

Si legge che Winkler fosse uno scultore molto particolare, un artista che era riuscito a coniugare il classicismo figurativo italiano con l’espressionismo d’oltralpe. Sicuramente è vero, ma non mi soffermerei a ricercare nei suoi disegni le tracce di una corrente artistica piuttosto che un’altra. All’inizio, quando si comincia a percorrere la strada che conduce all’arte, si è semplicemente dei creativi; successivamente, attraverso lo studio e la pratica concreta, si diviene artisti, ma nessuno, durante questo percorso, dice a se stesso ‘voglio diventare un espressionista’ oppure ‘sarò un perfetto neoclassicista’. L’artista impara, matura, si lascia contaminare dal contesto ed esprime ciò che pensa nell’unico modo che conosce, ovvero attraverso il suo linguaggio.

Othmar Winkler decise che questa volta il suo linguaggio si sarebbe declinato nella carta e nella china, cosa inusuale visto che normalmente preferiva affidarsi alla scultura del legno. Decise quindi di ritrarre tutta una serie di luoghi che per lui erano fondamentali per raccontare storia, abitudini e problemi di Trento. Con quest’intenzione realizzò più di una sessantina di schizzi, la cui produzione non si arrestò in quegli anni, ma proseguì nel decennio successivo acquisendo toni molto più colorati e fanciulleschi. Le chine del ’72 riescono ad infondermi un senso di inquietudine che le seconde non conoscono. Esse sono in bianco e nero, con un contrasto molto forte tra chiari scuri, come se l’ombra degli angoli nascosti delle case fosse insondabile e volesse espandersi per inghiottire la luce circostante. Gli edifici si innalzano vagamente obliqui, seguendo leggi prospettiche intuibili ma non definite.

 
Aldo Gorfer, nel libro ‘Trento nella grafica di Othmar Winkler’, che realizzò a commento di queste opere, scrive: “E’ stato in omaggio alla storia di Trento che Winkler ha voluto dedicare alla città una selezione dei suoi disegni trentini. Essi raccontano la città come egli l’ha vista: un sedimento secolare di vicende che si è impresso nelle forme urbane […]. Una Trento insolita, dunque, minore, chiaroscurale, musicale, soprattutto medievale.” 

Vediamo quindi i palazzi del potere emergere da strade ombreggiate, spazi profondi e dilatati, ringhiere e balconi in ferro battuto un po’ deformi. Figure abbozzate, capaci di trasmettere soltanto un sentore, un’impressione, uno iato da colmare con l’immaginazione del pubblico. Winkler, si sa, non raccontava la storia dei grandi. Gli interessava la gente comune, il popolo lavoratore, con i suoi tumulti interiori, con la forza di superare le fatiche della vita, capace di atti ammirevoli come anche di immani bassezze. Era divenuto un ottimo conoscitore dell’animo umano, delle sue ombre e dei suoi segreti – ‘delle sue valli come delle sue vette’ mi verrebbe da dire, e non perdeva occasione di metterli in mostra attraverso la sua arte.Gli schizzi di Trento rappresentano un dono prezioso che Egli fece alla nostra cittadinanza: il suo modo personalissimo di interpretare la città. Ma non la città luminosa, affrescata e potente che conosciamo, crocevia immemore di etnie e fulcro della storia politico religiosa del Rinascimento; Winkler ci mostra una città cupa, gotica, ‘chiaroscurale’ come scrive Gorfer, una Trento vissuta e sentita dal popolo alpino, semplice e allo stesso tempo radicato nella terra come un albero ancorato solidamente alla roccia.

Gli schizzi che vennero realizzati più tardi, tra il 1982 e il 1985, appaiono molto diversi dai precedenti: essi sono colorati, con tonalità molto accese e irruenti, e il tratto è molto grossolano, sembra quasi disegnato da un bambino per la sua immediatezza.I disegni di cui vi ho parlato sino ad ora si trovano da circa due settimane in esposizione presso il Soul Bar, aperto qualche mese fa da Vincenzo Capretti e Simona Voicu vicino al Teatro Santa Chiara. Il 24 Marzo si è svolta l’inaugurazione della mostra, ideata dal figlio dell’artista Ivo Winkler, che ha preso spunto da quella allestita 35 anni prima con la bellissima presentazione del libro di Aldo Gorfer ‘Trento nella grafica di Othmar Winkler’. La nuova mostra si compone di una selezione di 10 disegni scelti appositamente dal figlio, aiutato nell’allestimento dall’architetto Mauro Santuari.

All’inaugurazione sono intervenute numerose personalità importanti all’interno del panorama culturale trentino, primo fra tutti l’Assessore comunale alla Cultura Andrea Robol. Egli si è complimentato a nome dell’amministrazione pubblica con Ivo Winkler e i gestori del locale per la riuscita dell’evento, sottolineando l’importanza della creazione di iniziative di questo genere. Mettere a confronto la Trento del passato con quella attuale può aiutare a far riflettere per trovare la soluzione ai problemi che ci coinvolgono. Il suo intervento si è dimostrato affettuoso e, come ha rimarcato lo stesso Ivo, consente di gettare una nuova luce sui rapporti tra l’artista e l’amministrazione. Al discorso dell’Assessore è seguito quello dell’architetto Alessandro Franceschini, invitato appositamente perché commentasse le opere esposte da un punto di vista tecnico. Egli quindi ha parlato della loro attualità, spiegando anche il loro valore artistico: ha mostrato la differenza tra le chine in bianco e nero e quelle più vicine a noi nel tempo. Facendolo, ha citato anche il famoso discorso di Picasso sull’importanza per l’artista di saper ritornare fanciullo con un’espressione ed una comunicazione più primitiva ed immediata.Tra i presenti ricordiamo anche calorosamente Pietro Marsilli, giornalista e critico d’arte, Mauro Giacca, presidente della Società Sportiva Dilettantistica Calcio di Trento, Paolo Parmesan, cotitolare della ditta Villotti, Giuseppina Napolitano e Gabriele Lorenzoni. Al termine della presentazione, l’inaugurazione è proseguita in un clima conviviale e gli ospiti hanno potuto brindare coi vini di Giulio de Vescovi, per poi concentrarsi sulle opere esposte.Questa mostra segna l’inizio di un ciclo di eventi legati all’artista che vedranno coinvolta la città nei prossimi mesi. In attesa di nuovi appuntamenti, vi invitiamo ad andare a vedere l’esposizione che sarà visitabile fino al 30 Giugno.

 
 
UCT – ‘Quarant’anni fa il 1977’, Aprile 2017 – numero 496

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