Viaggio in Madagascar

Lago Tritriva

Articolo uscito su UCT – Uomo Città Territorio

Se vuoi vedere il video che ho realizzato sul Viaggio in Madagascar, clicca qui!

 

The beginning. Agosto 2017. Davanti ad un caffè, in via del tutto inaspettata, mi viene presentato un certo Sergio Matteotti ‘Madagascar’, dirigente del Circolo l’Allergia di Ravina Romagnano. Parliamo del più e del meno, mi mostra un libro che ha scritto per raccogliere fondi per i bambini del Madagascar… Mi racconta che da ormai 15 anni visita quella terra per vedere come procedono le loro attività benefiche. Mi parla del Lycee st Francois d’Assise nella sperduta regione della Bemaha, costruito per la scolarizzazione dei bimbi con le donazione trentine… Ascolto interessata il suo racconto e dentro di me penso: ‘Non sarebbe male aggregarmi al prossimo viaggio!’ Così, davanti al caffè di un pomeriggio d’Agosto, si sono gettate le basi per quello che sarebbe diventato un viaggio pazzesco! E il 3 Ottobre volavamo sopra i cieli di Abu Dhabi con destinazione Madagascar, la terra dei Baobab!

Bemaha con bambini
Bemaha con bambini

Un paio di considerazioni. E’ davvero impossibile raccontarvi tutto quello che è successo durante le magiche settimane trascorse in Madagascar, per cui mi riterrò soddisfatta se almeno sarò riuscita a trasmettervi i sentimenti, le sensazioni e gli insegnamenti che ho tratto da quest’esperienza. Ci tengo, perché il Madagascar ha fatto per me molto più di quanto mi sarei aspettata.

Premetto che non sono una persona dallo spiccato senso umanitario e che infatti mi sono approcciata al viaggio con lo spirito dello studioso. Sono partita per capire una realtà diversa dalla mia senza avere la pretesa che questo impattasse sul mio spirito. Volevo vedere, capire e toccare con mano la povertà. Quando mi sono posta questo proponimento, però, non avevo considerato che capire significa necessariamente cambiare. Ciò che non ci cambia è qualcosa che non siamo stati in grado di comprendere. Una nuova idea, infatti, se adeguatamente accolta in noi, prende piede tra le altre e le modifica.

Madagascar

Il Madagascar. I possenti baobab, le fronde violacee delle jacaranda, la gobba curiosa dello zebù: questa isola immensa, grande quasi il doppio dell’Italia, si caratterizza per una moltitudine infinita di elementi!

Parliamo dei suoi abitanti, i malgasci. Dopo quanto ho osservato nelle due settimane di soggiorno presso le Salesiane e i Francescani, posso affermare che si tratti di un popolo pieno di dignità e per questo ha la mia stima. Tutti lavorano e danno il loro contributo. Perfino i mendicanti cercano di offrire un servizio in cambio dell’elemosina, che si tratti di trasportare le valigie fino alla macchina nel parcheggio dell’aeroporto o la vendita di un ninnolino prodotto con le foglie di banano. Sono veramente poche le persone che si aspettano qualcosa per niente, e in ogni caso non puntano a suscitare la pietà. La maggior parte della forza lavoro viene assorbita dalle innumerevoli coltivazioni che rendono il territorio un immenso mosaico colorato. Fiumi, rivoli e laghi vengono perennemente sfruttati per piantagioni e risaie, spesso a discapito dello stesso patrimonio boschivo, ormai completamente devastato e prima conseguenza dell’erosione montana. La Bemaha, una regione dell’entroterra sconosciuta perfino alle carte geografiche, raggiungibile solo con la jeap, mostra quattro colori: il rosso della terra ferrosa, l’oro della paglia arsa dal sole, il verde delle piantagioni di legumi e il nero degli arbusti consumati dagli incendi.

Io e le bimbe
Io e le bimbe

Il contatto coi bambini. All’inizio siamo stati accolti all’orfanotrofio Centre Marie Auxiliatrice Salésiennes de Don Bosco delle suore Salesiane di Ivato, il sobborgo dove si trovava l’aeroporto. La prima sera, una volta sistemata, sono uscita in esplorazione, dirigendomi verso quella che sarebbe diventata ‘la panchina del Wifi’, l’unico luogo dove si riusciva a connettere il telefono. Il sole era ancora alto nel cielo e in lontananza si udiva il vociare dei bambini. Non ho avuto il tempo di sedermi, che ho visto correre verso di me un paio di bimbe malgasce. A ruota sono arrivate altre compagnette, finché mi sono ritrovata circondata da una trentina di ragazzine strepitanti.

Panico. Mi sono immobilizzata per la paura. Paura di cosa, vi domanderete. Non lo so. Penso di essere stata paralizzata dalla suggestione dei racconti riguardo all’epidemia di peste bubbonica che aveva iniziato a circolare in quelle settimane. Mi avevano riempito la testa di dubbi e paure, tra malattie, malaria e cose varie. Così, un bagno di folla improvviso, coi bambini che mi toccavano curiosi e mi spintonavano per esaminare il magico oggetto – il cellulare, mi ha fatto impetrare. L’incontro col diverso e lo scontro con i pregiudizi. Chi ha vinto? Nel giro di 10 minuti ero lì a mostrare il Re Leone in francese e ad improvvisarmi dispensatrice di braccialetti di perline. Sul momento ho sudato freddo, ma sono davvero felice che sia accaduto: ho abbattuto un muro mentale inutile e dannoso.

Tutti in gruppo
Tutti in gruppo

Suor Monique. L’episodio dei bambini mi fa tornare alla mente le parole di Suor Monique: “Nell’incontro con le persone si perde tempo ma si guadagna qualcosa che non si potrebbe comprare”. Ella rimarrà nella mia memoria come una delle persone più belle che abbia conosciuto in Madagascar (e comunque non sono poche). Una donna malgascia, forte, dalla voce squillante, sempre intenta a fare mille cose.

Una sera ci siamo messe a conversare – il pretesto era stato fornito dal suo bisogno di imparare ad usare whattsupp sul cellulare appena preso, e così ho colto l’occasione per porle alcune domande riguardo le attività delle Salesiane. Mi ha raccontato che il suo ordine si occupa di accogliere ragazze orfane o provenienti da famiglie estremamente povere, che non potrebbero garantire né cure mediche né tanto meno l’istruzione. Le bambine, di almeno 4 anni, possono decidere di rimanere da loro e studiare fino ai 18 anni, finché non sono in grado di badare a se stesse, trovando magari lavoro come segretarie ad Ivato o nella capitale Antananarivo. La loro mission sostanzialmente è questa, diversamente dalle suore di Maria Teresa di Calcutta, che vanno per le strade a strappare le ragazze dalla prostituzione. Ha concluso raccontandomi le abitudini delle giovani ospitate, al momento 55: si alzano alle 6:30 del mattino, si mettono a posto e poi vanno a scuola, se la situazione lo consente. Quest’anno, infatti, le scuole sono rimaste chiuse proprio per colpa dell’epidemia di peste bubbonica di cui avevamo sentito parlare appena prima della partenza dall’Italia. Una volta finito l’ho ringraziata per avermi dedicato tutto quel tempo, scusandomi per averla magari disturbata. A quel punto lei mi ha risposto con le bellissime parole che vi ho riportato sopra. Ogni incontro può darle tantissimo a livello umano, per cui il tempo trascorso con le persone non è mai ‘perso’, ma anzi ‘guadagnato’. Parole che mi hanno fatto riflettere moltissimo, soprattutto considerando che faccio parte dei millennials, i malati della tecnologia, e che il rapporto umano per me ha assunto giocoforza caratteristiche tristemente particolari.

Padre Charls in Bemaha
Padre Charls in Bemaha

Padre Charls. Dopo la permanenza ad Ivato, i miei compagni ed io abbiamo proseguito il nostro viaggio, giungendo nella regione della Bemaha; ad accompagnarci sono stati Jacques Etienne e Padre Charls, due francescani di Antsirabe. La sera ho chiesto a quest’ultimo di potergli fare un’intervista per l’articolo che prima o poi avrei scritto e lui ha acconsentito. Così ci siamo seduti ai piedi di una chiesa, di fronte al tramonto che allungava le ombre del Lycee st Francois d’Assise, la scuola edificata grazie alle donazioni italiane. Intorno a noi i bambini ci seguivano e ridevano, cercando di capire cosa volevamo fare. Noi abbiamo iniziato a parlarci col nostro inglese maccheronico, comunicando anche a gesti, tra le risate e l’imbarazzo, sentendo che il momento era magico.

Rakotondranaivo, conosciuto come Padre Jean Charls, mi ha raccontato di rappresentare la figura più importante all’interno dell’ordine dei Francescani, poiché è il primo responsabile per quanto riguarda Madagascar e Mauritius. Tra i suoi compiti vi è quello di visitare le domus dei confratelli per organizzare la loro vita, prendendo le decisioni assieme ad altre 4 persone. Ho cercato di capire quali sono i problemi che più spesso si trova ad affrontare e mi ha detto che sostanzialmente sono tre: il primo, come potremmo immaginare, è di natura economica. I Francescani non hanno attività che consentono di guadagnare denaro, e riescono ad andare avanti grazie alle sole donazioni. Al momento essi sono 80 tra preti e novizi. Dal primo problema discende direttamente il secondo e riguarda le infrastrutture: le case in cui vivono non sono sufficienti e bisognerebbe costruirne di nuove, ristrutturando anche quelle vecchie, ma non ci sono i soldi per poterlo fare. Il terzo concerne le vocazioni dei giovani. Non possono accogliere i novizi, perché non sono in grado di mantenerli.

Alla fine, in maniera un po’ provocatoria, gli ho chiesto se le vocazioni sono motivate da una sana fede religiosa o se invece possono essere viste come un facile antidoto alla povertà della strada. In quel momento l’ho guardato a fondo, perché pensavo di aver toccato un punto problematico, e invece, con la sua proverbiale pacatezza, mi ha risposto che non era il caso dei malgasci. In Madagascar, ha detto, vi è una grande evangelizzazione tra i giovani e le persone sono genuinamente credenti. Non è sicuramente un caso simile all’Italia.

Bemaha
Bemaha

Conclusioni. Devo chiudere l’articolo, ma vi assicuro che potrei riempire altre mille pagine. Il Madagascar è afflitto da tanti mali, ma il denaro non ne è la causa, bensì l’effetto. La prima piaga è costituita dall’ignoranza. Ho visto foreste ardere, perché nessuno capiva l’importanza di tenere pulito il sottobosco, strade letteralmente scavate dall’acqua per l’incuria dei suoi utenti, il propagarsi di malattie letali per la mancanza di banali regole igieniche e comportamentali. Per questo l’istruzione è fondamentale e bisogna sostenere tutti coloro che si fanno promotori della scolarizzazione. Perché un ignorante non si accorge di essere schiavo, non capisce di avere una scelta, non immagina che le cose potrebbero essere diverse. Educare al rispetto per l’ambiente e la natura che ci nutre, capire come sfruttarla al meglio per migliorare il futuro, scoprire quali sono le nostre doti per coltivarle e proporle un domani nel campo lavorativo; e la consapevolezza di chi si è e cosa si può volere: tutto deriva dall’insegnamento. È basilare. Un analfabeta sarà schiavo di se stesso e degli altri. Scorgerà limiti laddove vi sono opportunità.

Per questo motivo condivido pienamente le finalità delle persone che come Sergio Matteotti si mettono costantemente in gioco per sostenere la scolarizzazione dei bambini. Il Madagascar ha bisogno di questo e arde dal desiderio di ricevere il nostro aiuto. Una cosa bellissima che ho riscoperto lì è la contentezza derivante dall’opportunità di studiare, un valore che noi abbiamo perso e che vorrei preservare. Come una sorta di àncora valoriale del mondo alla quale saprei, un domani, di potermi rivolgere per trovare ispirazione e consolazione per le pene della nostra società malata.

E così Madagascar e Italia potrebbero collaborare in modo istruttivo per scambiarsi vicendevolmente beni preziosi: da una parte il sapere e dall’altro i valori dimenticati.

Penso che i malgasci si meritino il nostro aiuto, perché nel loro piccolo cercano di fare tutto il possibile per andare avanti. Se avessero mezzi migliori e un’istruzione adeguata sarebbero sicuramente in grado di cambiare le sorti di un paese che, in passato, è stato sfruttato e piagato dal colonialismo francese. Il mondo, in fin dei conti, glielo deve.

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