Violenza e Realtà del Corpo: Vivere la realtà per esorcizzare la violenza

Articolo uscito sul mensile UCT, Uomo Città Territorio – numero 522

Prima Tokyo, poi Kyoto… Questa volta avremmo dovuto parlare di Nara e Fushimi Inari. Rimandiamo al prossimo articolo la loro trattazione, perché voglio parlarvi di un evento che ci ha interessati in questi giorni e che ci ha consentito di avvicinarci davvero al mondo del Giappone. Giovedì 6 Giugno abbiamo avuto l’occasione di ascoltare il prezioso intervento di Paolo Salvadego, insegnante di Aikido e Aikishintaiso, alla Conferenza “Violenza e Realtà del Corpo: Vivere la realtà per esorcizzare la violenza”, tenutasi presso la Sala degli Affreschi di Trento.

L’A.A.C.T.G.

L’Accademia di Aikido e Cultura Tradizionale Giapponese è una Scuola fondata nel 1989 da Paolo Salvadego, professore di Aikido e Aikishintaiso e Shihan della Kobayashi Ryu Aikido, allo scopo di diffondere gli insegnamenti e lo stile del Maestro Kobayashi Hirokazu (1929 – 1998), allievo diretto di Ueshiba Morihei (1883 – 1969) fondatore dell’Aikido. L’A.A.C.T.G. è parte integrante della Kokusai Aikido Kenshukai Kobayashi Hirokazu Ryu, Accademia Internazionale di Ricerca sull’Aikido stile Kobayashi Hirokazu.

Quindi, quando pratichiamo aikido all’interno dell’A.A.C.T.G. abbiamo la certezza di apprendere uno Stile che trae le sue origini direttamente dalla tradizione giapponese e riconosciuto come tale dalla Dai Nippon Butokukai, organismo ufficiale preposto a custodire e diffondere nel mondo i valori più nobili della pratica marziale.

Violenza, alterità, identità

“Violenza: azione volontaria, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà.” E’ la definizione di violenza che bene o male daremmo tutti. Siete d’accordo? Bene, non è quella data da Paolo Salvadego.

La Violenza è il risultato della mancanza di comunicazione e relazione tra due persone.

Partiamo da un esempio. Provate ad immaginare una famiglia di immigrati. Magari si trovano qui in Italia da qualche decina di anni, i genitori hanno spronato i loro figli a ripudiare la cultura di origine per sposare quella italiana nella speranza di essere accettati. E’ stato detto loro di dimenticare le loro radici, la loro lingua, i loro costumi. Questi ragazzi, quindi, escono di casa e nonostante tutti i loro sforzi non vengono accettati, ritrovandosi sprovvisti sia della loro cultura sia di quella del paese nuovo e vengono isolati. E’ la negazione di un’identità e quindi si arriva alla violenza.

La violenza sorge ogni volta che la capacità di comunicare viene meno. Nell’arte marziale quindi chi attacca chiede aiuto, perché cerca una relazione. E così, l’aikidoka, nel momento in cui si trova a dover sostenere un combattimento, può farlo alla stessa maniera dell’attaccante oppure può cambiare la sua disposizione d’animo attraverso una relazione tecnica basata su una gestualità psicosomatica costruttiva e che conduca la sua azione ad una “vittoria giusta”, nella quale non vi siano né vincitori, né vinti. In questo modo è come se gli si dicesse: ‘ti rispetto e ti lascio andare’.

La sofferenza

La differenza tra quello che siamo veramente nel profondo e quello che gli altri vorrebbero che fossimo origina in noi la sofferenza. La sofferenza muove il mondo. Qualsiasi nostra azione, giusta o sbagliata che sia, nasce dalla legittima esigenza di modificare il nostro stato di sofferenza. La percezione al nostro interno di un desiderio profondo, di una aspirazione e allo stesso tempo la consapevolezza di non poterla realizzare crea un dolore morale che da un lato può fare da motore per un cambiamento ma dall’altro rischia di condurre a vere e proprie malattie, in quanto il corpo esprime tensioni e rigidità derivanti dalle difficoltà relazionali che abbiamo all’interno della nostra famiglia e nella società in generale, ma quando esso non può più mostrare allora somatizza. Tutto è testimonianza evidente di un disagio interiore.

Libertà

L’Aikido mira ad equilibrare corpo e psiche in modo che si giunga ad essere liberi di esprimersi a pieno nel mondo. Oggi i combattimenti non si fanno più nei campi battaglia, ma si svolgono in ben altri contesti (in famiglia, sul posto di lavoro, nelle relazioni sociali in genere), e l’Aikido insegna a combattere in ognuno di questi ambiti. Lungo la progressione del tempo l’uomo è sempre lo stesso, così come le sue paure, le ambizioni, il dolore… alla fine l’uomo da sempre deve vivere in armonia con quello che lo circonda cercando di conquistare un minimo di libertà. Per essere libero deve riuscire a realizzare se stesso, stretto tra il suo compito, ciò che deve “portare”, il karma, e il suo destino, cosa diventerà. Per farlo deve lavorare su se stesso, sciogliendo i condizionamenti che gli derivano dalla famiglia, dalle generazioni che lo hanno preceduto, dalla società. Una volta questo avrebbe significato la differenza tra la vita e la morte del combattente, oggi vuol dire farsi strada nei vari ambiti della vita.

L’attualità dell’Aikido

Dopo quanto detto mi verrebbe da dire: non c’è mai stato nulla di più necessario dell’Aikido. Perché? Se avete letto con attenzione sin qui avrete già indovinato la risposta. La nostra è l’epoca dei paradossi: conoscenza a portata di click e gente che sceglie pigramente di indugiare nell’ignoranza (quella che amo definire ignoranza colpevole). L’epoca dei mille strumenti di comunicazione e delle persone tragicamente sole, incapaci di utilizzare quegli strumenti per creare delle relazioni umane solide. L’epoca dai grandi libri di pedagogia e dei genitori che non sanno trasmettere alcunché ai loro figli.

In questo caos infinito l’Aikido giunge come risposta inaspettata e necessaria: ci aiuta a comprendere che le risposte sono dentro di noi e non dobbiamo averne paura, come non dobbiamo temere l’altro, il diverso, perché è proprio grazie a lui che definiamo noi stessi. L’Aikido ridefinisce i ruoli e gli spazi di ognuno, pone ordine e armonia là dove ce ne sia bisogno.

Passiamo ai fatti

In linea con la cultura pratica dello zen, voglio parlarvi più nel concreto di questa Via per l’armonizzazione dell’energia, in modo da non perderci in chiacchiere. Vi parlerò quindi della mia esperienza diretta.

L’Aikido mi ha posto fin da subito di fronte ai miei limiti fisici e psicologici. Inizialmente ho odiato e allo stesso tempo apprezzato il fatto che per praticare si dovesse essere sempre in due. Vi è infatti shite, colui che esegue la tecnica, e seme, colui che attacca. Il primo ad interagire è proprio seme, proponendosi a shite con la volontà di cercare un contatto; a quel punto shite non blocca l’attacco, ma permette a seme di esprimersi mettendosi in sicurezza e andando a controllare la sua azione. A quel punto shite conclude l’azione e ci si scambia di ruolo. E’ evidente, quindi, che per poter lavorare in maniera proficua bisogna essere sempre in due.

L’aikido in realtà prevede anche attacchi multipli, condotti da più attaccanti allo stesso tempo, con o senza armi (la spada o bokken, il bastone corto o jo, il coltello o tanto). Ma quello che conta è l’attitudine di base, ovvero come ci relazioniamo con l’alterità, che conduce a rivedere l’idea di onnipotenza a favore della condivisione dell’esperienza. Infatti quando vi trovate assieme al vostro compagno per praticare qualsiasi cosa voi facciate si ripercuoterà su di lui. Questo vi costringe a preoccuparvi contemporaneamente per voi stessi e per lui. Vi trovate all’interno di una relazione dove vi viene richiesto di vivere a pieno il vostro ruolo andando ad attaccare al momento giusto, senza porre difese ma lasciando entrare il compagno.

Posso assicurarvi per esperienza che a questo punto emergono tutte le vostre paure: la paura del giudizio degli altri, la paura di attaccare, quella di difendersi, la paura di invadere l’intimità dell’altro, la paura di toccarlo, di farsi male, di non essere all’altezza… Tutto quanto riusciamo a sotterrare alla vista nella quotidianità viene portato alla luce con forza per essere affrontato. Perché le nostre rigidità fisiche non sono altro che le nostre rigidità mentali. Là dove il corpo è teso o bloccato c’è qualche cosa su cui dobbiamo lavorare dentro di noi. E finalmente si cresce… Insieme all’altro.

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