Come mai è stato assunto?

«Come mai è stato assunto… e io no?»
«Perché non era ‘solo’ competente.»

Ho voluto gettare la provocazione per far riflettere su queste benedette competenze tanto richieste dal Mercato del Lavoro senza cadere nei soliti triti e ritriti, e soprattutto ipocriti, discorsi alla LinkedIn.

Mi capita spesso, soprattutto a lezione, di rapportarmi con aspiranti Recruiter o disoccupati desiderosi di allargare il loro bagaglio di competenze tecniche per proporsi meglio nel Mercato del Lavoro e trovare una nuova occupazione.
Desiderio comprensibile, legittimo e che ovviamente condivido appieno. Durante il procedere delle lezioni, tuttavia, spesso mi accorgo che questo desiderio si porti dietro la convinzione che sia unicamente la mancanza di queste benedette competenze tecniche a ostacolare la loro riqualificazione lavorativa. E quindi muoiono dalla voglia di spremermi come una spugna per raccogliere ogni singola informazione, fiduciosi del fatto che l’attestato del corso risolverà una volta per tutte il loro problema. E non si rendono conto che girano intorno ad esso senza arrivare alla vera soluzione. Perché sì, gli mancano sicuramente delle competenze, ma non solo quelle che pensano loro.

Alle volte, durante le mie lezioni, mi sorprendo nello spiegare delle tematiche che, dal mio punto di vista, dovrebbero essere abbastanza ovvie, patrimonio dell’essere umano comune. Mi viene in mente il Time Management, la gestione del tempo, e quindi il Senso Organizzativo, la capacità di gestire lo svolgimento del proprio lavoro sulla base delle priorità per riuscire a rispettare le scadenze. E ogni volta, dentro di me, penso: ma è possibile che debba spiegare queste cose in classe come se costituissero chissà quale scoperta del ventunesimo secolo? È possibile che una persona di trent’anni, o quarant’anni, non sia ancora in grado di mettere in ordine le priorità in modo tale da arrivare a risultati positivi?

E purtroppo la risposta è ‘sì’, e non solo è possibile, ma addirittura frequente, poiché mancano i fondamentali. Mancano le persone.
E quindi, prima di occuparci delle competenze tecniche, io mi focalizzerei maggiormente su quelle trasversali, come la comunicazione efficace, l’empatia, l’autostima, la motivazione… tutte caratteristiche attinenti al nostro carattere e che sono direttamente sotto al nostro controllo, quindi sono una nostra responsabilità.

NOI siamo una nostra responsabilità

Non possiamo demandare agli altri la costruzione della nostra personalità. Viviamo in un contesto socio-culturale nel quale coloro che avevano storicamente la funzione di educatori dell’uomo hanno abdicato, si sono del tutto arresi in favore di alcuni strumenti che però non hanno minimamente la stessa funzione.
I genitori non possiedono la forza o la voglia di imporsi sui figli per educarli bene, quando invece possiedono una certa consapevolezza della loro funzione, si scontrano purtroppo con il mondo fuori di casa che tutto fa tranne agevolarli nel compito. La scuola, poi, nel migliore dei casi trasmette semplicemente conoscenze, ma non ha la possibilità di educare il ragazzo per farlo diventare un adulto maturo a causa di evidenti limiti strutturali e organizzativi.
Non possiamo pretendere che sia il Marketing a educare, la televisione, gli influencer, l’economia, perché nessuna di queste cose possiede intrinsecamente un orientamento etico, e nel caso l’avesse, non sarebbe necessariamente buono. Hanno tutte un unico obiettivo: fatturare. Andare a scovare i soldi, e i soldi si trovano dove ci sono i bisogni degli esseri umani, e i bisogni sono tutto fuorché etici. Chiedono solo di essere soddisfatti, poi le modalità che troveremo per soddisfarli ci descriveranno come persone. Quindi non possiamo pretendere che siano loro a educarci e a trasmettere i valori di civiltà che dovremmo possedere come popolo. È una nostra responsabilità.

Personalità e selezione del personale

Pensate che siano discorsi irrilevanti? Che non centrino con la selezione del personale? Parliamo allora di competenze, parliamo delle Soft Skills. Parliamo della gestione dello stress, competenza tanto ricercata e poco diffusa, dal momento che almeno un italiano su due dimostra una cattiva gestione delle pressioni nella vita e quindi, ovviamente, anche nel contesto aziendale.

Secondo la definizione di M. A. Khan lo stress è uno “stato emozionale sgradevole, determinato dal fatto che l’individuo percepisca le richieste ambientali e situazionali come soverchianti le proprie capacità.”

Nella maggior parte dei casi non è la quantità di stress a logorarci, ma la percezione psicologica che produce in noi l’evento aversivo, per cui a giocare un ruolo determinante è la self confidence, l’autostima della persona. E l’autostima che cos’è? Il risultato della nostra vita: i genitori che ci hanno cresciuto e (si spera) sostenuto, gli insegnanti delle scuole, gli amici e i nemici, chi abbiamo deciso di frequentare, chi abbiamo deciso di evitare, le esperienze positive e quelle negative, le gioie, i traumi, le ferite emotive… tutto questo e molto altro. Qual è la differenza tra una persona assertiva e una persona con gli attacchi di panico? La sua vita e il modo in cui l’ha affrontata. Quindi, come potete vedere, insegnare a una persona a gestire bene lo stress significa, di fatto, insegnarle ad adottare delle strategie differenti rispetto a quelle che ha imparato a praticare nella sua vita, ed è evidente quindi come il problema non sia solamente di natura tecnica… anzi! La tecnica dovrebbe arrivare molto dopo nella nostra scala delle priorità, è qui che risiede il vero problema: dal momento che coltivare noi stessi come persone scende sempre agli ultimi posti della nostra to do list, ci condanniamo a vivere male, e quindi, guardate l’ironia, a non trovare lavoro.

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