Competenze VS Capacità

Mi piacerebbe svolgere questo lavoro, ma non penso di potercela fare.

Me lo sono sentita dire spesso. Da amici, conoscenti, persone che volevano iscriversi in agenzia e candidarsi per un determinato tipo di impiego. Questa mattina a dirmelo è stata una giovane ragazza disposta a fare qualsiasi cosa, poiché si era convinta che la laurea non le sarebbe valsa nulla. Ha proferito quel posso fare tutto con la delusione di chi si è arreso a una disarmante e gretta realtà. Mi è dispiaciuto. Le ho chiesto come mai non volesse tentare anche altro, magari qualcosa un po’ più difficile da raggiungere o una posizione di responsabilità e mi ha risposto ‘non lo so fare‘. Questo muro di fronte alle nuove esperienze, questa abilità di tapparsi da soli le ali ancora prima di spiccare il volo mi ha condotta ad una riflessione che voglio proporre anche a voi.

Cosa si nasconde dietro alla frase “Mi piacerebbe svolgere questo lavoro, ma non penso di potercela fare”? Secondo me un’infinità di cose, tra queste soprattutto un misunderstanding fin troppo comune: confondere le competenze con le capacità di una persona.

Qual è la differenza tra le due? Le competenze si acquisiscono con lo studio e la pratica; le capacità ineriscono alla costituzione della persona. Capacità, predisposizione, attitudine, chiamatela come volete, ci siamo capiti. Le competenze, quindi, possono essere trasmesse e imparate da tutti a prescindere, mentre le capacità devono esserci fin dall’inizio nella natura della persona e solo in questo caso potranno essere coltivate… o lasciate morire.

Feci per la prima volta questo ragionamento anni fa grazie alla lettura di un libricino, breve ma estremamente profondo e complesso. Si trattava de “I dolori del giovane Werther”, uno dei capolavori del celebre Wolfgang Goethe. Sì, quel mattone lì. Ora, tra le innumerevoli perle disseminate in quelle pagine, vi era anche la seguente (che mi permetto di parafrasare liberamente): ciò che la persona sa fare può essere imparato da chiunque, ma ciò che ella ha nel cuore, beh, è questo che la caratterizza davvero e la rende unica!

Quella frase, apparentemente così innocua e forse per alcuni banale, allora mi colpì così tanto da suscitare ancora in me la riflessione.  Viviamo in un mondo globalizzato, dove tutti potenzialmente possono prendere il nostro posto. Se ci guardiamo intorno troveremo sempre qualcuno che sa scrivere, comunicare o cantare meglio di noi, e in tutto questo rischiamo di perderci, di non capire più perché esistiamo, qual è il nostro valore, se possiamo realmente fare la differenza, in che modo apportare il nostro contributo.

Nonostante questo, però, io mi rispondo che ce la posso fare, per due motivi.

Prima di tutto perché vivo per me stessa. Questo mi porta ad affrontare la realtà ponendomi la domanda: “Cosa posso imparare da questa esperienza?”, dal momento che il mio fine è migliorare. Non posso farcela se già in partenza penso che sia così. Poi, siamo tutti d’accordo che esistono dei limiti reali coi quali bisogna fare i conti, ma allora lasciamo che siano loro ad arrivare da soli… Facciamo in modo di non essere i primi a limitarci! Vi riporto il mio esempio. Io sono di stampo umanistico, ho fatto il classico e non amo particolarmente le disequazioni; per questo motivo immagino che non eccellerò nel campo dell’astrofisica e probabilmente non darò il nome ad un teorema dell’algebra. Tutto questo però non mi impedisce di informarmi e confrontarmi con i problemi che richiedono una soluzione scientifica. Io pretendo da me stessa di arrivare ad un buon livello di comprensione anche in questo campo. E’ una questione mia, gli altri non centrano niente.

Secondo, so che la differenza fondamentale non si gioca sulle conoscenze che possiedo per svolgere la mansione per la quale verrò assunta, ma sul come la svolgerò. In quel COME passa un mondo, perché soltanto io posso farlo come lo farei io. E io voglio farlo bene, al massimo delle mie possibilità, voglio fare la differenza e investire tutte le mie energie in questo. Per tale motivo riesco a trovare la forza di propormi anche in campi che non sono esattamente i miei, per fare esperienze totalmente nuove e alle volte molto distanti dal mio tipo di profilo. Perché svolgo questo ragionamento: se sono una persona intelligente e ho forza di volontà, ce la farò. Magari sudando le proverbiali sette camicie, scontrandomi con le mie paure, però ce la farò. Solo così si superano i limiti e si cresce.

Tutto qui. Io so che un imprenditore, nel momento in cui deve valutare un candidato, deve assume contemporaneamente il lavoratore e la persona. Devono andare bene tutt’e due. Deve quindi scegliere un candidato che sappia svolgere una determinata mansione (o che la possa imparare) e che contemporaneamente possieda il carattere giusto per farlo. Anche la persona più competente del mondo, se privata della sua forza di volontà, alla fine risulterà inutile.

Quindi la domanda che dobbiamo porci non è “sono capace di farlo?” ma piuttosto “sono disposto a mettermi in gioco per imparare a farlo?” Se la risposta è sì, allora buttiamoci nella mischia al 100%.

Se non si tenta si ha già fallito e le cose non cambieranno.

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