Cosa NON è il colloquio di lavoro

“Il colloquio di lavoro è…” e per continuare questa frase ognuno di noi troverebbe un’infinità di potenziali risposte. Eppure, in realtà, esse non sono poi così tante.

L’esperienza però mi ha insegnato che le persone, come in ogni altro contesto della vita, lo rappresentano a se stesse in modo molto personale e quindi poi lo affrontano e vivono in maniera altrettanto personale. Io posso dirvi cos’è e cosa NON è il colloquio di lavoro. E se per caso vi trovaste a rispecchiarvi negli esempi che seguono vi invito a fermarvi un attimo e a riflettere.

Il colloquio di lavoro NON è una guerra.

Alle volte, osservando il linguaggio non verbale dei candidati, e analizzando le parole che utilizzano nel corso del colloquio, condite magari da una certa asprezza nel rispondere, mi rendo conto di essere finita in un campo di battaglia. Il candidato sembra aver apparecchiato di fronte a me una scacchiera e non vede l’ora che io compia la mia mossa per contrattaccare e dimostrarmi quanto vale ‘nonostante quello che penso io e quello che pensano tutti nel mondo di lui’. Mi vede come un nemico, in buona sostanza, qualcuno che si frappone colpevolmente tra lui e il suo diritto di lavorare.

Il colloquio di lavoro NON è un tribunale e io non sono un giudice.

Questa convinzione limitante è tipica dei candidati che non riescono a separare vita personale da vita lavorativa. Molto spesso vedo i candidati sedersi di fronte a me a colloquio e porsi immediatamente sulla difensiva, come se fossero un bersaglio contro il quale cercherò di lanciare più frecce possibile al fine di ridurli in poltiglia. Questi candidati cercano di nascondere una certa ansia e pensano che sia assolutamente sbagliato farla trapelare. Sono pieni di ansia da prestazione.

Il colloquio di lavoro NON è un confessionale e io non sono qui per assolvere i peccati di nessuno.

Sono quelli che cercano di giustificare tutto nel loro curriculum, e a un certo punto esordiscono dicendo “onestamente, io le devo dire che…” e iniziano a narrare di tutte quelle volte in cui sono stati scartati ingiustamente, o di quella volta in cui hanno subito un’ingiustizia da un collega, ma loro sono brave persone e meritano il posto. E io, con il mio ruolo, vengo improvvisamente investito della capacità di cambiare le sorti del mondo, di avere successo dove gli altri HR hanno fallito.

Il colloquio di lavoro NON è un incontro galante e io non cerco un partner col quale flirtare.

Se sei un uomo e credi che la strategia migliore per ottenere il posto sia sedurmi, riceverai un sonoro 2 di picche a fine colloquio con un cordiale ‘le faremo sapere’. Non ho altro da aggiungere per questo caso specifico.

Penso che sia evidente che il colloquio, se affrontato nelle modalità descritte poco sopra, tenderà a vertere verso l’esito negativo. In quei casi il candidato ha sbagliato approccio: si è formato una rappresentazione distorta del colloquio e del ruolo del selezionatore delle risorse umane, e quindi ha impostato male fin dal principio lo stile comunicativo, arrivando probabilmente ad auto sabotarsi.

E quindi cos’è il colloquio di lavoro?

Io lo definisco una chiacchierata tra almeno due persone, il cui scopo è capire se il candidato è la persona giusta per svolgere il ruolo ricercato dal selezionatore delle risorse umane per conto dell’azienda. Per poter svolgere tale valutazione, l’HR potrà impostare il colloquio in maniera più o meno sfidante. Voglio soffermarmi su due termini che ho utilizzato per spiegarli, poiché la loro scelta non è stata casuale:

  • valutazione: ribadisco che il colloquio è un’occasione data ad HR e candidato per compiere una valutazione delle capacità e delle competenze di quest’ultimo in vista della possibile assunzione. Non si sta giudicando nessuno a livello personale;
  • sfidante: intendo la difficoltà delle domande, l’utilizzo di test psicoattitudinali, la volontà di impostare la comunicazione in modo da mettere o meno il candidato in una condizione di disagio. Tutto questo è lecito e in alcuni casi funzionale per la selezione, dato che potrebbe essere importante cercare di capire, per esempio, se il candidato è capace di gestire una situazione di stress. Ciò però non legittima l’HR a porre domande eccessivamente indiscrete e private (penso ad esempio all’orientamento sessuale o alle idee politiche).

Prima di concludere l’articolo, mi sembra doveroso puntualizzare un fatto: se alcuni candidati rischiano di incappare nell’errore di considerare il colloquio alla stregua di uno degli scenari descritti poco sopra, lo stesso tipo di errore può capitare tranquillamente anche al selezionatore delle risorse umane. Non ho difficoltà ad ammettere, infatti, che anche tra gli HR c’è chi arriva a sentirsi un giudice, un paladino dei deboli, o chissà cos’altro. Ognuna di queste visioni farà torto a qualcuno, perché farà pendere necessariamente la valutazione da una parte troppo ‘personale’. Il selezionatore delle risorse umane deve sempre ricordarsi che è lì unicamente per fare il suo lavoro, ovvero individuare la persona che per competenze tecniche e comportamentali è la migliore a ricoprire il ruolo ricercato dall’azienda che rappresenta.

E quindi, dopo tutte queste considerazioni: com’è possibile affrontare adeguatamente un colloquio di lavoro? Come posso migliorare il mio comportamento e la mia attitudine per fare un’ottima impressione? Come dovrei reagire nel caso in cui di fronte a me ci fosse un selezionatore prevenuto? È presto detto: sviluppando l’Assertività.

Che cos’è l’Assertività?

Si tratta di una competenza trasversale molto importante in ambito comunicativo; la persona assertiva è in grado di riconoscere e affermare in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e le proprie opinioni senza offendere né aggredire l’interlocutore. Inoltre è in grado di difendere i suoi diritti assertivi e rispetta allo stesso tempo quelli degli altri. Di fatto possiamo dire che la sua condotta, quella appunto assertiva, si può riassumere nella capacità di non prevaricare né essere prevaricati. Diventare assertivi è difficile, una vetta da raggiungere e mai del tutto in maniera definitiva, ma fondamentale per la nostra vita, ancora prima che per il lavoro, poiché da questo dipende la qualità della nostra comunicazione e quindi, in definitiva, la qualità della nostra intera vita.

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