Arcadio Borgogno

Il Cristo di Arcadio Borgogno

Quel Cristo crocefisso di Arcadio Borgogno – UCT, Uomo Città Territorio

Un uomo, ai piedi della croce. Una brezza leggera giunge da settentrione, portando seco la polvere rossa della terra, con un aroma di cistos e cardi bruciati. Solleva i capelli dell’uomo che con insondabile tristezza osserva lo sguardo spezzato del Cristo. Un silenzio pesante e carico di angoscia, dove le parole risultano troppo limitate per esprimere i sentimenti di entrambi. Un silenzio muto.

Poi l’uomo, finalmente, trova il coraggio e le parole.

Cristo, te vedo su la cross, co’ i ciòdi

ensanguinadi ‘n te le man spacade,

te vedo i segni adòss de le vis’ciade,

e so che te perdoni e no te òdi.

Ma mi biastémo, e penso che te gòdi

perché anca a mi ‘l destin el m’ha enciodade

le man sora a na cróss, e s’ha svoidade

le vene, e me dolora tuti i snòdi.

Varda el sangue su ‘/ legn come che ‘l cóla.

Sangue, e polver, e lagrime, e sudor

e mosche dré a ciuciar, opur che sgóla.

E pianzo, e rido, e vardo ‘l me patir;

ma ‘l sangue l’è per mi demò color.

Tut l’è color en mi, anca ‘/ morir.

Questa è la scena che mi sono immaginata durante la lettura della poesia.

Devo fare un’ammissione. Quando la lessi per la prima volta, lo feci distrattamente e non mi aspettavo nulla, poiché in quel momento cercavo altro. Dovetti fermarmi e rileggerla… Tre volte, dal momento che il dialetto non è il mio forte e il suo utilizzo in poesia nemmeno mi piace. Ma quella volta dovetti fermarmi e pensai: ‘Meravigliosa!’
Sarà che la ‘storia’ del Cristo mi è particolarmente cara e nutro per essa lo stesso interesse che provavano al tempo gli Assiri e i Babilonesi nei confronti del loro eroe Gilgamesh, o un indiano che riporti la memoria alle imprese di Arjuna descritte nel  Mahābhārata. Fatto sta che superai la mia diffidenza per il dialetto e approfondii questo autore.

La poesia del Borgogno mi è apparsa fin da subito così concreta da lasciarmi sbigottita. La vividezza della scena mi ha spinta ad immaginare la crocifissione come se essa si stesse svolgendo davanti a me alla stregua di un film: ho visto il centurione prendere il chiodo – venti centimetri di puro ferro, appoggiarlo sulla pelle sudata e appiccicosa del polso, con uno zoom alla Mel Gibson, e poi sferrare il colpo per affondarlo nella carne. La pelle si squarcia, il Cristo urla e il suo grido di dolore, più umano che divino, risuona nel vuoto arido della landa palestinese.

A seguire la riflessione dell’autore, il paragone con la sua crocifissione spirituale e il lamento senza tempo per un’esistenza ricca di disperazione, vissuta, probabilmente, da un animo fin troppo sensibile.

Alla lettura del sonetto una mente allenata si accorge degli artifici retorici messi in campo dall’ars poetica, come le rime e le ripetizioni, avverte quindi la volontà di nobilitare il componimento e renderlo aulico, ma esso è scritto in vernacolo, la lingua delle persone semplici. Questi due elementi, che in un primo momento mi apparirebbero in perfetta antitesi, a tal punto risultano amalgamati da creare un’opera micidiale (perdonate l’aggettivo, ma non ne ho trovato un altro che rendesse altrettanto bene la mia sensazione. Io da questi versi mi sono sentita ‘colpita’, non avrei potuto rimanere indifferente). Questo fatto produce in me la sensazione di ascoltare un uomo come me, un uomo del popolo, che però si è fermato a riflettere sulla vicenda del Cristo e ne ha afferrato i segreti. Mi immagino una persona comune come potrei esserlo io, o tu che mi leggi, e che si è arrestata di fronte al mistero dell’esistenza, ha respirato profondamente e ha meditato a lungo e umanamente sulla vicenda di questo dio. L’introspezione e la profondità della sua ricerca lo hanno portato a misurare le parole, a sceglierle con cura per parlare alla sua gente, nobilitando di fatto la forma e la materia dei suoi versi. Un po’ come Lucia nell’Addio Monti, nel momento in cui si gira verso la terra natia e la saluta per l’ultima volta.

Lo immagino, per concludere, ai piedi della croce, con gli occhi fissi in quelli del Cristo, e che gli abbia sussurrato:

“Se tu non fossi morto sulla croce non saresti stato migliore dell’uomo. Eri un dio umano. Un dio con tutte le debolezze umane. Provavi paura come noi, provavi dolore come noi, e nonostante ciò sei riuscito ad arrivare fino in fondo perché credevi davvero nel tuo messaggio. Sapevi che solo da martire la gente ti avrebbe seguito, perché solo in questo modo il leader sarebbe stato migliore dei seguaci ed essi avrebbero davvero creduto in lui. Dovevi morire per cambiare le cose, quanti altri profeti del tempo lo avrebbero fatto? Io ti capisco, povero Cristo, ma non ce la faccio. La vita ha martoriato il mio corpo e la mia mente a tal punto da arrivare a pensare che tu ne stia godendo. Perché sono un uomo come tutti, anche se sento come pochi, e a volte la morte mi è più amica della vita.”

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