ragazza depressione

Depressione

 

Giungi a casa dopo ore trascorse a servire della gente insulsa o addirittura cattiva.

Inserisci la chiave nella toppa. Uno, due, tre… Gira su se stessa tre volte, facendoti capire che in casa al momento non c’è nessuno. Apri la porta: ti investe il solito odore di chiuso e mobili vecchi. Inarchi le sopracciglia disgustata, ma questa è la tua unica reazione, perché purtroppo ci sei abituata. Barcolli verso il divano, appoggi la borsa, lanci il cappotto dove capita e ti sfili gli stivali in ecopelle. Squadri il casino di roba accatastata ovunque con aria affettata, quasi delusa, poi scrolli le spalle, un ‘no’ con la testa e vai in bagno per lavarti le mani. Per te, quello, dopo esserti immersa nello schifo della società, assomiglia quasi ad un rito di purificazione.

Respiri, sospiri, torni in salotto; inizi a organizzare i pochi momenti che seguiranno da lì in avanti, con una disattenzione colpevole per i particolari.

Mangio qualcosa, poi metto a posto… poi vediamo. La spesa, ci sarebbe da fare la spesa.

Mentre rifletti muovi qualche passo malfermo in cucina, tra il fornello e il tavolo, accarezzi la superficie ruvida del piano da lavoro. Poi ti fermi, appoggi la destra sul ventre e aggiungi: “Ma non ho fame…

Come sempre, eppure sai di dover mangiare. Sai perfettamente che il tuo corpo ha bisogno di nutrimento per stare in piedi, non ne puoi di certo fare a meno. Tu non sei come le anoressiche di cui si parla tanto, non ti vedi per nulla grassa, anzi, ti piaceresti addirittura con un paio di chili nei punti giusti. Il problema è che non hai mai appetito.

Così, di malavoglia, apri il frigo e lo scansioni con l’attenzione nervosa di un detective sulla scena del delitto. Ovviamente non scopri nulla di entusiasmante, perché non puoi permetterti di mangiare tutto, il tuo fisico te lo impedisce. Alla fine ti risolvi per un po’ di verdura saltata in padella accompagnata ad una bistecca. Facile, indolore, onesto.

 

rientro a casa

 

Inizi a smanettare in cucina con la lentezza meccanica di chi non si aspettava niente di meglio, ormai del tutto abituato ad una routine ingabbiante. Un quarto d’ora e finalmente il cibo è in tavola. Il piatto, il notebook acceso su facebook, il cellulare poco distante – le uniche compagnie di un pasto altrimenti ancora più triste.

Imbocchi e deglutisci senza assaporare, la materia si trasforma nella tua bocca come se non avesse né consistenza né sapore. Una decina di bocconi e fai già fatica a proseguire, perché non ne hai alcuna voglia. E’ davvero snervante. Guardi il piatto, la bistecca, e pensi dentro di te “Mi fai schifo“, come ti fa schifo tutto il resto. Il tuo corpo debole, le tue occhiaie viola, quel locale dai muri bianchi, l’odore di vecchio, il lavoro dove nessuno ti rispetta…

Ed ecco che finalmente torna a materializzarsi quel pensiero lì – sì, proprio lui – quel pensiero che con voce melliflua inizia a porti le domande sbagliate:

Ma perché devi continuare così? Me lo spieghi, per favore? Ci troviamo nuovamente qui, stessa storia di ieri. Diamine, è tutto così putrido. Davvero vuoi continuare così? Vuoi continuare a lottare? Dai, ammettiamolo: non ne vale la pena. Non faresti prima a morire di inedia? Dimmi perché dovresti alimentarti. Per essere qui anche domani? Con la stessa espressione? Evitiamoci il disturbo, per favore!

Evitiamoci il disturbo…”, sussurri a te stessa, nella muta solitudine della casa, perdendoti con lo sguardo in un infinito buttato là, tra il muro e il divano. Lasci trascorrere decine di secondi fugaci, come se scivolassero nel nulla al pari della sabbia di una clessidra rotta, e poi ti chini nuovamente sul piatto. La carne è ancora lì, non si è mossa.

Evitiamoci il disturbo… Il disturbo di vivere una vita insulsa… Scandita, giorno dopo giorno, da doveri a cui adempiere e rimproveri da deglutire come una medicina amara… Per mandare avanti l’ingranaggio… Solo per quello.

Ti senti debole, avvilita, tanto da non avere neppure la forza di piangere. Porti la forchetta alla bocca, butti giù di forza una parte della bistecca avanzata, mangi qualche boccone di pane e poi di trascini sul divano.

Brava, non mangiare altro. Così va bene. Hai fatto bene.”, torna a sussurrarti quella voce maledetta. Tu la ascolti e ti senti meglio, anche se non riesci a comprendere come sia possibile. Sei felice di farti del male, di punirti. Forse ritieni di meritare il castigo, visto che nessuno ti vuole abbastanza bene per starti accanto. Forse dovresti davvero morire di inedia.

 

depressione

 

E mentre ti deprimi ulteriormente, inizi a sentirti stanca, terribilmente stanca. La gravità si fa più pesante e ti schiaccia contro il divano che si frappone fra te e il pavimento. Hai freddo; allunghi la mano verso la coperta che hai imparato a lasciare in un angolo per questi momenti, e ti accomiati al mondo col sorriso sulle labbra.

Adesso mi lascio tutto alle spalle per un pochino, mi prendo una pausa e continuo dopo…”, e ti lasci scivolare nell’oblio di un sonno senza sogni, abbandonando il corpo come un cadavere nella bara.

La verità è che sei talmente deperita che anche un pasto insignificante come quello di oggi ha il potere di metterti in ginocchio; sei così debole da costringere il tuo organismo a concentrare tutte le energie sulla digestione, per questo appena dopo mangiato entri in un letargo più simile alla morte.

Ma questo fatto in qualche modo ti rasserena, perché puoi rimandare i dispiaceri a data da destinarsi. Ora puoi semplicemente chiudere gli occhi e abbandonarti al nulla.

 

(Spero che ti sia piaciuto. La tematica è forte e per una volta ho voluto dare voce alla persona depressa, ho voluto cercare di mettermi realmente al suo posto, di vedere coi suoi occhi, di sentire col suo cuore. Se ti è piaciuto condividi questo scritto o lasciami un tuo commento. Sarebbe bellissimo riuscire a parlarne insieme!)  

One thought on “Depressione

  • Una realtà che tanti conoscono fin troppo bene ma che che si tengono dentro. E’ molto importante parlarne, e spero che continueremo a combattere questo male giorno per giorno. Un abbraccione 🙂

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