Intervista a Carolina Bortolotti

Carolina Bortolotti

Da piccola sognavo di diventare una stilista. Amavo disegnare e tutti mi incoraggiavano poiché avevo mostrato una certa predisposizione. Io ero contenta e pensavo che grazie al mio talento sarei riuscita a lasciare il segno. Poi la vita mi ha condotta per strade diverse e impreviste, facendomi raggiungere dei traguardi che col disegno non avevano nulla da spartire. La verità è che se avessi davvero voluto edificarci sopra il mio futuro, avrei dovuto farlo con le idee chiare e determinazione, ma io di idee ne ho sempre avute molte e ben confuse. Non si può dire la stessa cosa di Carolina Bortolotti, donna che ha saputo farsi valere nel panorama culturale trentino proprio grazie al suo carattere.

La scorsa estate avevo avuto il piacere di conoscerla alla mostra tenutasi presso il Palazzo Assessorile di Cles sul Fantastico Mondo di Perghem Gelmi della quale è stata appunto la curatrice. Visti i tempi non avevo avuto modo di conoscerla bene, però di lei mi era rimasto un bel ricordo.

Carolina si è laureata prima in Scienze dei Beni Culturali a Trento, con una tesi in arte contemporanea, e poi con lode in Economia e gestione delle Arti e delle Attività culturali alla Cà Foscari di Venezia. Sempre lì, mentre frequentava l’università, ha concluso un corso di alta formazione in Art Management. In seguito è stata selezionata per partecipare ad una scuola internazionale sulle pratiche curatoriali a Malta. Come possiamo intuire, il suo percorso di studi le ha consentito di sviluppare delle competenze molto varie in ambito culturale, ed esse le permettono di spaziare dalla conoscenza storica di autori e correnti artistiche, all’organizzazione e la gestione economica di eventi culturali.

Caterina Bortolotti

Inizialmente però avevo parlato di carattere. Per riuscire infatti a farsi strada nel mondo non servono solo i titoli, ma anche e soprattutto la voglia di emergere, con la consapevolezza che niente viene regalato. Ebbene, ascoltando Carolina sono rimasta colpita dalla passione che riesce a profondere nelle attività che svolge nell’ambito culturale, e posso assicurare che non si tratta di semplice retorica.

Mi sono fatta spiegare da lei cosa significa impegnarsi nella realizzazione di un evento a tutto tondo, come potrebbe essere appunto la mostra sull’artista trentino Michelangelo Perghem Gelmi o addirittura l’esposizione internazionale ‘Afterselfie – A Collaborative Maltese-Italian Exhibition‘, organizzata nel 2015 nelle due sedi espositive di Trento e La Valletta in cui hanno esposto nove giovani e promettenti artisti.

In questo modo scopro che non è sufficiente conoscere in maniera approfondita la storia dell’arte, ma bisogna possedere anche delle competenze manageriali non indifferenti. La mostra va pensata e contestualizzata; nel caso di una mostra collettiva bisogna individuare gli artisti da coinvolgere, studiare la loro produzione e selezionare le opere che possono entrare a far parte di un percorso espositivo coerente. Tale percorso, poi, deve potersi sposare con l’edificio scelto per l’esposizione, cosa che può rivelarsi più semplice nel caso di un museo contemporaneo, dove le pareti sono semoventi e componibili, oppure più difficile, se si parla di un palazzo storico. Bisogna poi creare e redigere un catalogo, creare un’immagine coordinata dell’evento e curarne la comunicazione, impostare gli allestimenti e seguire i trasporti, ma bisogna anche e prima di tutto capire come attrarre i fondi e come gestirli, che si tratti di soldi propri, privati piuttosto che di un’associazione, perché se si ha un budget bisogna poi rispettarlo. Per questo e altri motivi sarebbe impensabile sopravvivere nel settore senza essere animati da una forte passione, perché i momenti di difficoltà non mancano e i problemi da affrontare sono sempre numerosissimi.

La possibilità di gestire progetti di ampio respiro e collaborare con istituzioni culturali prestigiose rappresenta la parte più gratificante della mia esperienza. Nel mio percorso vi sono anche state vicende non appaganti o poco ricompensate, di progetti pagati a voucher o di eventi e manifestazioni in cui, pur apportando un significativo e indispensabile contributo, sono rimasta nell’ombra più assoluta. È altrettanto vero che chi come me lavora in regia, nel retroscena degli eventi o dei progetti, sceglie questo tipo di mansione perché reputa più stimolante il fare rispetto all’apparire, dare il proprio contributo per la riuscita di un ottimo progetto piuttosto che esserne il protagonista.

Esposizione

Visto che la tematica è viva e ultimamente piuttosto sentita, ho voluto chiedere a Carolina se le fosse capitato di sentirsi discriminata in quanto donna. Sono stata felice nell’apprendere che una cosa di questo tipo non le è mai accaduta, dal momento che ha sempre avuto la fortuna di collaborare con persone che l’hanno valutata per la sua competenza e professionalità piuttosto che per il genere. Le ho domandato, a questo punto, se ritenesse possibile riscontrare una maggiore predisposizione delle donne nel compiere questo tipo di lavoro e la sua risposta è stata ancora una volta negativa. Carolina non ha avuto dubbi nell’affermare che una distinzione di genere non ha senso di esistere. Per lei si tratta unicamente di una questione di attitudine. La bravura nell’organizzare eventi culturali, di essere quindi una figura dalle competenze trasversali, a mezzo tra un art director e un manager, risulta da cose come le esperienze pregresse, la formazione, l’attitudine appunto, non sicuramente dal genere. Come si diceva, è anche una questione di carattere e di determinazione perché se poco prima dell’inaugurazione non è ancora arrivata una delle opere chieste in prestito, l’organizzatore deve trovare una soluzione al problema, indipendentemente dal fatto che sia maschio o femmina. Lei non si è mai tirata indietro, ha fatto molte esperienze tutte diverse che poi sono converse in questa figura. E ora, quando di trova ad organizzare una mostra, la cura come se fosse una sua creatura, come se si trattasse anch’essa di un’opera d’arte.

 

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