L’ombrello vagamondo

L'Ombrello vagamondo
L’Ombrello vagamondo

Violenza sul web, morte, dispotismo di matrice religiosa, sono solo alcune delle tematiche affrontate in “ L’Ombrello vagamondo ”, la nuova opera di Fabio Peterlongo edita dalla Casa Editrice Curcu & Genovese.

Essa è stata presentata a “Medita“, la mostra sull’editoria trentina di fine Settembre, dove autori ed editori hanno l’occasione di raggiungere direttamente il loro pubblico per presentare le novità. Nell’orizzonte delle manifestazioni culturali di Trento si tratta di un momento particolarmente vivo e gravido di aspettativa da parte di chi, come me, divora le pagine dei libri come fossero caramelle.

Quest’anno, quindi, tra i giovani scrittori, abbiamo avuto il piacere di conoscere una nuova sfumatura di Fabio Peterlongo, che da molto tempo collabora con UCT in qualità di giornalista. Questa volta, invece di servirci la realtà col taglio deciso dell’articolo, ha voluto provocarci con “L’ombrello vagamondo”, una silloge di racconti brevi tra loro molto differenti per tematiche e ambientazione, ma accomunati dalla presenza di questo simpatico oggetto. All’interno dei racconti, esso può diventare il protagonista degli avvenimenti, oppure essere un semplice elemento lasciato sullo sfondo narrativo. In entrambi i casi rappresenta il pretesto per introdurre il tema da trattare.

Attorno alla sua figura Fabio costruisce un mondo immaginario ma simile al nostro, in modo che sia possibile per noi immedesimarci negli strani personaggi che lo popolano e far scattare un confronto con la nostra realtà, che spesso e volentieri rivela I suoi aspetti contraddittori.

Abbiamo chiesto a Fabio di spiegarci il motivo che lo ha spinto a scegliere proprio l’ombrello come protagonista del libro.

Ho intuito la potenzialità narrativa della vita di un ombrello. Tipicamente, un ombrello passa per le mani di molte persone: lo dimenticano, viene rubato in un momento d’emergenza, lo abbandonano in un luogo pubblico nella speranza che gli estranei non lo portino via. Con l’ombrello le maglie del concetto di proprietà si allargano e credo che in questo senso sia un unicum: non mi vengono in mente altri oggetti che svelino contemporaneamente il meglio e il peggio dell’umanità. Penso all’ombrello come ad un ‘testimone’ che passa di mano in mano tra perfetti sconosciuti: così posso raccontare le storie di queste persone in una specie di staffetta narrativa.

Un esempio molto caro a Fabio è fornito dal racconto di una delle sue maschere preferite: Lele Stange. Un ragazzo cinico, distaccato, che vive per sé stesso ed osserva gli altri mentre affrontano in maniera passiva la loro esistenza. Un giorno, in biblioteca, decide di rubare un ombrello per ripararsi dalla pioggia. Il suo atto, però, viene immortalato da uno degli infiniti occhi della rete – la fotocamera di un cellulare, ritrovandosi in breve tempo, suo malgrado, sulla bacheca dell’infamia. Il Social Network, la gogna pubblica, il luogo dove l’informazione viene snaturata e deformata per divenire l’arma prediletta della Violenza. Una volta messa in moto la macchina, tornare indietro è impossibile: meme, foto oscene, commenti da ‘leoni da tastiera’, post saturi di odio e minacce. Tutto questo per un gesto, il furto di un ombrello, che di per sé non sarebbe così terribile; da parte nostra, in realtà, sarebbe addirittura comprensibile. In fin dei conti non è morto nessuno. Eppure, sulla rete, tutto si trasforma, viene inghiottito nel vortice della disinformazione aggressiva, finendo inevitabilmente per ledere la reputazione del malcapitato. Il capro espiatorio. L’espediente momentaneo per poter sfogare la propria frustrazione.

Lele Stange non è un ragazzo per il quale potremmo provare simpatia, poiché incarna uno dei nostri modi di essere più odiosi. Uno di quei lati che sappiamo di avere ma che taciamo a noi stessi, pronti ad osteggiarlo nel momento in cui lo riconoscessimo nell’altro. Lo faremmo per prenderne le distanze, per esorcizzare in noi quel lato piccolo e gretto: il nostro essere mediocri.

Alcune tematiche hanno toccato maggiormente la mia sensibilità, vuoi per esperienze vissute o condivise; altre mi hanno divertito ed altre ancora mi hanno fatto riflettere. Questa è la forza di Peterlongo: ‘L’Ombrello vagamondo’, infatti, è capace di farci ragionare su tematiche molto complesse celandole per mezzo di uno stile scorrevole e l’uso di figure dedicate ad un ampio pubblico. Piccole e innocenti provocazioni filosofiche, che parlano tra le righe e dietro le favole, aspettando di essere ascoltate: io le ho riconosciute, voi farete lo stesso?

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