Quanto conta il sorriso in selezione del personale?

È così difficile simulare un sorriso credibile? Che ci vorrà mai: basta allargare un po’ le commessure delle labbra e alzare gli zigomi, no? E invece la realtà ci dice esattamente il contrario… e infatti uno dei problemi che riscontro con maggiore frequenza durante le mie consulenze riguarda la foto da inserire nel CV. «Riesci a mandarmene una professionale dove accenni un leggero sorriso?» Ogni volta finisce che mi vengono inviate una ventina di fotografie terribili, dalle quali ne estrapolo una seria per poi modificarla con FaceUpp. Sì, proprio così: meglio questa soluzione rispetto all’alternativa col sorriso di circostanza dove l’ansia si affetta col coltello.

Sorriso di Duchenne

Il sorriso paradossalmente è un fatto molto serio la cui complessità è stata indagata da centinaia di studi in tutto il mondo. Partiamo col dire che l’Ohio State University è riuscita a catalogare 21 diversi tipi di espressioni facciali ricollegabili ad altrettante emozioni; nel panorama di queste possiamo poi rinvenire 19 diversi tipi di sorrisi, ma solo 6 indicano emozioni piacevoli.

Il sorriso più noto è quello di Duchenne de Boulogne (XIX secolo) che ha cercato di esplorare le configurazioni muscolari sottostanti alle espressioni facciali, riconoscendo più di sessanta espressioni facciali. Questo tipo di sorriso è caratterizzato da un’espressività della bocca molto accentuata, con un sorriso molto largo, accompagnato dal lavoro degli occhi, che producono in questo caso le ‘zampe di gallina’. A questo caso specifico normalmente vengono associate emozioni quali gioia, felicità, genuinità.

A rendere il quadro ancora più particolareggiato arriva la notizia che il significato dell’espressione non sarebbe dovuto unicamente al sorriso, ma anche alle variazioni cromatiche della pelle.

Il cervello, infatti, non si limita a gestire i muscoli facciali per modellare l’espressione, ma gestisce anche l’afflusso sanguigno dei capillari per colorire o meno certe zone del volto. E siccome a livello inconscio noi ne siamo consapevoli, in sede di valutazione e riconoscimento dell’emozione altrui consideriamo anche la distribuzione del colore.

Più andiamo avanti nell’approfondimento di come funzioniamo, più diventa evidente quanto siamo bravi nell’analisi dell’altro.

Se tutto questo non fosse già incredibile, arriva la cultura a complicare le cose. E scopriamo un fatto interessante: benché esistano delle espressioni facciali universalmente riconosciute, i diversi assetti culturali possono influenzare in maniera determinante l’interpretazione del sorriso quando si è in un contesto sociale di più persone.

Dale Carnegie, insegnante statunitense che ha fatto la storia nei campi della motivazione, le tecniche di vendita e la leadership, incoraggiava ad approcciare l’interlocutore sfoggiando un sincero sorriso a 360 denti. Ma se fossimo in Russia, o in Giappone, questo atteggiamento verrebbe interpretato molto negativamente: nel primo caso come una manifestazione di superficialità, in quanto il sorriso genuino è un qualcosa di privato e da ‘dare’ alle persone importanti; nella Terra del Sol Levante, invece, il sorriso può nascondere sentimenti ed emozioni anche molto diverse, poiché viene ritenuto sconveniente mostrare ciò che si prova senza filtri.

Sorriso giapponese

In un importante studio condotto dal dottor David Matsumoto e dal dottor Tsutomu Kudoh nel 1993, si è cercato di capire le differenze tra il modo in cui gli americani e i giapponesi esprimevano e interpretavano i sorrisi. Anche in questo caso sono emersi dei dati molto interessanti, ovvero ché per gli americani il sorriso veniva associato a una maggiore espansività del soggetto, nel caso dei giapponesi non necessariamente.

E ora mi chiederete: come mai e in che modo queste considerazioni diventano importanti nella selezione del personale? Per due motivi, uno valido per i candidati e uno buono, invece, per gli HR. Partiamo dai candidati: il sorriso, come qualunque altra espressione, è evidentemente latrice di emotività e significati che verranno inevitabilmente colti dal vostro esaminatore. Uno studio condotto su 2000 responsabili delle assunzioni ha rivelato che il 38% di loro era stato colpito negativamente dalla serietà del candidato, dimostrata evidentemente da un’espressività priva di sorriso. Tutto questo mi sprona a suggerire, quindi, di sorridere durante il colloquio cercando di mostrarsi disinvolti, poiché questo verrà probabilmente interpretato in maniera positiva. Mi raccomando, però, non trasformate quello che doveva essere un ottimo biglietto da visita in un’espressione sguaiata!

Parlando invece agli HR, mi piace l’idea di proporre questa riflessione: durante il processo di selezione dobbiamo tenere presente la cultura di provenienza del candidato per evitare possibili fraintendimenti dovuti alle diverse culture di appartenenza. Il sorriso, paradossalmente, può essere contemporaneamente espansività o frivolezza, apertura all’altro o superficialità, dipende da chi guarda.

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